Compleanno per compleanno

Tex Willer, il ranger più famoso d’Italia che vediamo sopra in una bella illustrazione di Magnus, festeggia sessanta anni di onorate sparatorie.
In realtà li compie domani 30 settembre, mentre oggi li compie un altro personaggio, il Bandana, molto meno simpatico (per quello vi rimando al blog del Russo), ma gli auguri piuttosto che farli a lui preferisco farli a chiunque, persino a Nicola di Bari, che pure lui è nato oggi e nessuno se lo caga (non voglio fare l’ipocrita, a me non è mai piaciuto): sarà mica perchè non si asfalta i capelli e non va da Mességué? Va a sapere.
Tanti auguri Nicola.

Orfani di padre vedovo

A sinistra in questi mesi ci si sente piuttosto confusi. La sconfitta elettorale di aprile continua a far sentire tutto il peso di una situazione che ha origini certo più lontane, una situazione cominciata nel 1989 o giù di lì, col Muro caduto a Berlino, i cui cocci hanno travolto una intera parte di mondo e ancora continua.
Qui da noi si continua ad assistere a un frazionamento, stucchevole (date una occhiata qui e qui), che sembra non avere mai fine: arriveremo forse ad essere entità uniche e separate, dove ognuno manterrà dentro sè la propria idea di comunismo, senza più avere la capacità, o la voglia, di condividerla con gli altri.
E’ come se in questi anni si sia partecipati tutti a un grande funerale, dove a morire è stata quella speranza di un futuro migliore che il comunismo aveva sposato. Oggi noi orfani non abbiamo ancora elaborato il lutto e già ci spartiamo l’eredità, azzannandoci, come nelle peggiori famiglie, ed è triste a vedersi.
E ora? Ora mi vengono in mente solo i versi finale di una canzone di Gaber:
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.

Giorgio Gaber – Qualcuno era comunista

Rage against the world

Ci si arrovella, questo è sicuro.
I motivi per farlo non mancano mai e ogni giorno ne vengon fuori di nuovi, senza che però i vecchi vengano risolti. E’ un accumulo continuo di immondizie sociali, economiche, politiche, che lentamente ci sta sommergendo.
La vicenda Alitalia si sta avviando alla conclusione: i piloti non hanno ancora apposto la loro firma all’accordo, ma a questo punto non credo ci sia alternativa, se non quella di addossarsi tutte le colpe di un fallimento creato da altri. A noi popolo idiota toccherà risanare anche questo debito, ai piloti ingoiare un boccone fatto di riduzione di stipendi e qualche licenziamento, ai 3500 precari che lavorano nell’orbita della compagnia rimane la speranza di poter essere riassunti (bella speranza delle balle), cassa integrazione per tanti e guadagni per tutti i soliti furbi.
Intanto la propaganda di regime sta diventando sempre più schifosa (non mi viene altro termine) e ogni giorno ci raccontano favolette che sempre noi popolo idiota beviamo, beviamo, beviamo: questo stato è diventata una enorme Fattoria degli Animali, dove i maiali sono al potere e le pecore sono aumentate a dismisura e io mi auguro ogni giorno di essere almeno l’asino e non il cavallo (chi non lo avesse letto può farlo qui).
Questa mattina venendo al lavoro ascoltavo per radio un pezzo di Rino Gaetano, Nun te reggae più, che non sentivo da tempo (qui il video). E’ un pezzo del 1978, trenta anni fa: leggetelo, aggiornatelo con nomi attuali e ditemi se per caso è cambiato qualcosa.
Ci si arrovellava allora, si continua a farlo oggi, nulla cambia, questo è sicuro. Solo la rabbia rimane uguale (e la sensazione che in qualche modo ci stiano fregando).

Flussi interrotti

Il compagno G. ed io siamo stati amici per tanti anni. Era di quelle amicizie contrastate, perchè i rispettivi caratteri spesso venivano a cozzare, creando cortocircuiti che ci costringevano ad allontanarci, a volte per intere stagioni. Avevamo parecchio in comune ma due modi differenti di esprimerci, forse perchè astrologicamente lui è un Cancro ascendente Vergine e io l’esatto contrario, per cui eravamo come le due facce della stessa medaglia, fatti della stessa materia ma destinati a non incontrarsi mai.
G. era di quelle persone a suo modo generose. Idealista fino al midollo, con una venerazione viscerale per il Che, molto dotato politicamente, dove dava il meglio di sè mantenendo posizioni estreme. Il suo retroterra era proletario come il mio, ma al contrario di me aveva trovato il coraggio di prendere posizione e schierarsi, apertamente e attivamente, eliminando i dubbi subito, salvo vederseli presentare più tardi. Il mio esatto contrario, dove il mio essere come sono mi fa faticare a prendere posizione all’inizio, ma poi mi fà andare avanti caparbiamente, ad oltranza.
In anni che stanno cominciando ad essere lontani abbiamo trascorso lunghe ore notturne a discutere di politica e rivoluzione, ma anche di donne e dolori, dicendo le stesse cose ma partendo da presupposti diversi, litigando a volte, ma mantenendo l’amicizia di fondo.
In fabbrica G. cominciò a lavorare tardi, almeno una decina di anni dopo di me. Forse è per questo che spesso, nel suo periodo “autonomo”, si litigava sui destini e il ruolo degli operai. Io ero uno di questi ultimi e ne conoscevo pregi e difetti, lui li vedeva dal di fuori e dovevano sembrargli eroi di un qualcosa fin troppo mitizzato. In più, devo ammeterlo, mi scocciava essere rappresentato da un movimento autodefinitosi “operaio” nelle cui fila militavano troppi studenti e qualche figlio di papà, mentre io, operaio veramente, litigavo a far la notte attaccato a una macchina. Troppo comodo, parlare e pontificare senza sudare, pensavo. Non so se sbagliavo, strade diverse, ma se fossimo stati i protagonisti de “La Classe Operaia va in Paradiso”, io sarei stato Volontè, lui lo Studente.
Nella sua avventura di fabbrica G. si è avvicinato al sindacato, Cgil, Fiom, ala sinistra. Gli dicevo meglio te che un altro, ed ero sincero. Ha fatto un po’ di carriera, distaccato alla segreteria provinciale, e goduto di inaspettati benefici.
A un amico se è tale puoi dire qualsiasi cosa se è sincera, pensavo e penso ancora. Gli dissi cosa pensavo del sindacato, mafia, casta, cose del genere. Non so se fu quello il motivo per cui ci siamo allontanati. Forse, o forse fù qualcosa che non so. Non era un bel periodo per me, e non doveva esser facile starmi vicino. Di colpo non mi cercò più, e io mi adeguai. Da allora l’ho chiamato un paio di volte, si è parlato, pochi minuti, ma non ci siamo più cercati, per anni, ma se due sono stati amici lo restano a vita, qualsiasi cosa succeda, e non c’è niente che ti allontani veramente. Così la penso io.
Ieri ho richiamato il compagno G., volevo farlo e l’ho fatto: ne avevo piacere.
Telefonata cordiale, ma un vero piemontese in fondo lo è sempre: ce la siamo raccontata per un po’. Mi ha detto che è ritornato in fabbrica. Ha mollato la segreteria per non svendere i suoi valori, e lo rispetto per questo, ed è ritornato a pensare che il sindacato in fondo è un male necessario, come anni fa, come pensavamo entrambi anni fa.
Tra tutte le persone che conosco il compagno G. è uno dei pochi che è riuscito ad anteporre il suo essere comunista a tutto quanto il resto e mi piace pensare che se questo paese fosse governato da tanti G. forse staremmo meglio tutti quanti.
Non so se ci rivedremo e se ci risentiremo ancora, così come continuo a ignorare i motivi che ci hanno allontanato, però sono contento di averlo sentito, di più, di averlo avuto per amico.
Un po’ mi manca, G., che parla di politica e rivoluzione, e di donne e di dolori.

Fallisca Sansone con tutti i Filistei

La trattativa su Alitalia si è interrotta: il Cai (club alpino italiano?), ha ritirato l’ offerta per rilevare, ricordiamolo, la parte sana dell’azienda, lasciando i debiti come al solito a noialtri. Ovviamente il Bandana ha subito dato la colpa a quei cattivoni comunisti della Cgil, che almeno stavolta a mio avviso, hanno fatto quello che dovevano. Che poi la parte rossa sindacale l’accordo lo avrebbero pure firmato e Epifani lo ha dichiarato in tempo: mica colpa loro se non rappresentano tutti i lavoratori (figurati se son capaci di schierarsi apertamente! io ce l’ho con loro dal 31 luglio 1992, quando con gli operai in vacanza firmarono l’accordo per l’abolizione della scala mobile, una delle poche cose decenti mai conquistate da una classe lavoratrice: per me i sindacati restano un male necessario, purtroppo)! L’accordo è saltato perchè quei “fannulloni strapagati” dei piloti hanno detto no. E meno male.
Non entro nel merito della loro paga perchè non so quanto guadagnano, se tanto o poco rispetto ai loro colleghi stranieri e comunque in generale, ma se a chiunque di noi, indipendentemente da quanto si guadagna, si venisse a dire che il nostro stipendio è troppo alto e sarà tagliato (nel caso di Ahilitalia inteso per quelli che conservano il posto ovviamente), noi come reagiremmo? Penso esattamente alla stessa maniera: meglio falliti che in mano a dei banditi.
Questa di Alitalia comunque nasconde un risvolto peggiore, per cui dobbiamo essere grati a chi non è sottostato a un ricatto bello e buono. Facendo passare una porcata del genere quante aziende che versano in cattive acque potrebbero saltare fuori con diktat come quelli visti per la vicenda Alitalia, scaricare sulle spalle dei lavoratori fallimenti causati da altri, sicuramente meglio pagati. Non dimentichiamo che da tempo Confindustria spinge per la attuazione di intese separate, anche se comunque a parole cerca l’accordo con le parti sociali. Un provvedimento del genere provocherebbe un disastro pari solo a quello causato dalla legge 30. Avremmo in pratica una situazione dove il coltello dalla parte del manico ce lo avrebbe sempre e comunque chi comanda e gestisce il conto economico. Legare gli stipendi, come vorrebbero, all’inflazione, alla qualità del lavoro, alla produttività, tutte cose non controllabili da parte di un lavoratore, è una faccenda da evitare a tutti i costi. Senza contare le aziende mediopiccole dove già ora il padrone detta legge.
Si diceva della legge 30: oggi sono sotto gli occhi di tutti gli effetti di una legge a tutto danno di chi lavora, con milioni di persone costrette a passare da un contratto da fame a un altro, con poche prospettive per il presente e zero per il futuro.
A queste condizioni, dove chi ci rimette è sempre e solo chi ha una lavoro salariato, è preferibile che questo bello stato chiamato Italia fallisca del tutto. Se non altro ci toglieremo la soddisfazione di vedere col culo per terra chi non c’è mai stato.
Eccheccazzo!

Italiani strana gente

Una roba lunga e noiosa. Chi vuol leggere è avvisato!

In questi giorni ci si è ritrovati a scornarci su un argomento che sembrava sorpassato, il valore dell’antifascismo, ma che invece è tornato di gran moda, grazie anche a brillanti azioni di governo che sembrano riportare ai tempi del mai rimpianto Istituto Luce. Sul Bandana ormai si sentono dire frasi e attribuire meriti come ai tempi di quell’altro con la mascella volitiva, e ci sarebbe da ridere, non fosse che la faccenda è piuttosto seria. Ci si è accorti che a quanto pare tranne poche eccezioni chi era fascista lo è rimasto e chi non lo era ha dovuto riscoprire i capisaldi della sinistra, un po’ malvolentieri forse: ci si era abituati a giocare ai democratici (mi ci metto pure io e mi cospargo il capo di cenere: ebbene sì, ho votato Uolter, mannaggiammè!). Sarà che quando si parla di ‘ste cose a me come riflesso condizionato viene in mente il verso di Bandiera Bianca di Battiato: “quante stupide galline che si azzuffano per niente”, ma fatico sempre a partecipare e a dire la mia, nel senso che se vogliamo parlare seriamente facciamolo ma se si cominciano a tirare fuori cazzate tipo comunisti che mangiano bambini allora inutile perder tempo, non c’è partita, siamo di categorie diverse. Meglio o peggio non ha importanza, solo diverse, ma il “solo” è riduttivo, perchè in quel “solo” ci sono tutte le differenze che fanno di noi un non-popolo, un non-stato, una nazione atipica e anormale.

Siamo un popolo strano, ammettiamolo. Che poi, popolo. Mi sembra una parola ancora troppo grossa per definirci. Il fatto che fra non molto, si celebreranno i 150 anni di questa roba che chiamiamo Italia mi ha fatto tornare alla mente la frase di Massimo D’Azeglio subito dopo l’unificazione :”Abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli Italiani”. D’Azeglio morì nel 1866, cinque anni dopo l’unità, ed era fuori da incarichi governativi già da tempo: credo che pochi abbiano preso sul serio quella frase, ma la questione non era di poco conto e il marchese se ne era accorto. Sui dizionari per popolo si intende un gruppo specifico di esseri umani accomunati da un sentimento durevole di appartenenza, possedendo o meno caratteristiche comuni quali lingua, cultura, religione o nazionalità. Altra cosa ancora è la nazione intesa come costituita da persone che condividono un legame sociale e culturale. Se per popolo intendiamo un gruppo di persone che hanno in comune la stessa lingua allora sì, lo eravamo pure prima dell’unità d’Italia, peccato che però la maggioranza degli italiani usava la lingua comune solo per le cose ufficiali, per il resto c’erano, e in molte zone ci sono ancora, i dialetti, che sono diversissimi da un posto all’altro. Se parliamo della maggioranza la faccenda linguistica dunque non ha molto senso e la domanda se siamo o no un popolo rimane sospesa. Che la cultura accomunasse il piemontese di Garessio al lucano di Rionero mi sembra difficile, ci riesce a fatica ora figuriamoci due secoli fa. La religione quella univa tutti ma non è un motivo valido, altrimenti dovremmo inserire nel “popolo” pure i cristiani che italiani non sono. Dunque, escludendo a priori l’essere una nazione, in quanto legami sociali e culturali non ce ne erano e faticano tutt’ora ad esserci, eravamo un popolo in quanto avevamo chi più chi meno la stessa lingua ufficiale (ma non parlata) e abitavamo tutti lo stivale. Un po’ pochino, mi pare, e lo sapevano bene pure dalle parti sabaude, che però non è che si diedero molto da fare in questo senso. Diciamo che a loro faceva comodo allargare il regno e lo fecero anche grazie alle spinte estere che volevano e permisero il nuovo assetto europeo, delle balle risorgimentali gli fregava poco o nulla per non dire niente.

Quindi avevamo l’Italia ma non gli italiani. Questi al momento erano una accozzaglia di gente che da 1500 anni cambiava padrone a ogni folata di vento, aveva visto passare sul proprio territorio ogni sorta di straniero e a tutti si era adattato, affinando delle “doti” che ormai fanno parte del nostro dna: il servilismo, l’esterofilia, l’incoerenza nelle scelte, l’ipocrita diplomazia, il fatalismo, l’egoismo. Abituati a pensare che di nostro non abbiamo nulla ma è tutto di un padrone abbiamo sviluppato uno scarsissimo senso civico, per cui è mio solo quello che ho nel mio giardino e tutto il resto chissenefrega. Sono queste le caratteristiche che alla fine stanno alla base del fatto che in fondo all’italiano non importa niente di chi governa, l’importante è che non si vada a toccare il proprio orticello.

Uno che pare prese D’Azeglio in parola fù sempre quello della mascella, che però pensava pure che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”, tanto per dire quanto pure a lui fregasse della faccenda dell’italianità. Però questo maestro di scuola romagnolo riuscì in qualche modo dove avevano fallito tanti prima di lui: bisogna dargli atto che l’italiano cominciò a sentirsi tale sotto il disastroso regime fascista. In qualche modo ho detto, perchè i maestri erano quello che erano e la nostra storia era quello che era, facile che le caratteristiche di cui sopra sedimentassero: forzare il popolo italiano per la durata di una ventina d’anni a sentirsi orgoglioso della propria storia fece sì che quei difetti ne facessero il tratto caratteristico. Con la conquista della Repubblica quindi si aveva un italiano con tutte quelle belle caratteristiche sommate a quelle fasciste, un pasticcio per chi si apprestava a governare un popolo allo sbando. L’unica cosa da fare era cementare la nascente repubblica nel valore dell’antifascismo, nel tentativo di decostruire il mito fascista e di conseguenza il mito dell’italiano. Operazione riuscita a metà, perchè mica tutti siamo d’accordo e se possibile la confusione è aumentata. Il fatto è che sessanta anni non sono mica poi tanti, perlomeno non abbastanza per formare un popolo che già di suo non ha le idee chiare.Quindi continuiamo ad essere come siamo, con tutti i nostri campanili sempre in piedi, mai d’accordo su niente, divisi su tutto, governati da gente che si comporta come hanno fatto tutti quelli che li hanno preceduti in 1500 anni di storia, con l’aggravante che questi qua stranieri non sono, ma anzi, se andiamo a guardare quelle famose caratteristiche di cui sopra, forse loro sono più “italiani” di tutti gli altri. E l’ italiano che non comanda continua a fare quello che ha sempre fatto, sopportare e sopravvivere.

In attesa di un altro padrone.