Mistero di Natale

Come ogni anno all’avvicinarsi del Natale il Furbi scompare dalla circolazione, e a nulla sono valsi finora i tentativi del Bonetti e del sottoscritto di capire che fine può mai fare. Ogni anno, verso il diciannove o il venti di dicembre, il Furbi si assenta all’improvviso, senza avvisare nessuno, per ricomparire poi il ventisette a feste ormai concluse. In quella data puntualmente lo si ritrova al solito tavolo del solito bar, sacramentando a seconda della pagina di giornale letta, anche se a dire il vero ultimamente è un sacramento unico quello che accompagna la sua lettura del quotidiano. E’ diventato nel locale, per i pigri che non vogliono faticare nel tenersi informati, una sorta di indicatore della situazione esterna, un rivelatore di magagne sonoro, un applausometro che invece degli applausi utilizza le imprecazioni come strumento di misura e più la magagna è grande più l’invettiva aumenta. Dati i tempi, la sua lettura del giornale è accompagnata da un borbottio continuo di parolacce con picchi di vere e proprie maledizioni che in genere riguardano la politica interna. Il segnale che quella specie di giornale radio interno al bar sta per concludersi è solitamente il lancio dei fogli tre posti più in là e l’ordinazione ad alta voce di un fernet, a mandar giù la merda dice, con un bestemmione finale a far da sigla tratto dal suo vasto repertorio, variabile a seconda dei giorni e dell’umore.
Cominciammo a notare la sua costante assenza natalizia piuttosto in ritardo, che era ormai qualche anno che mancava alle riunioni della vigilia e su quella assenza e sui suoi silenzi sulla questione continuano a circolare insistenti voci. La più comune lo vuole restio a partecipare a quella operazione buonista dello scambiarsi auguri a perdere che tanto lo imbarazza: dover sorridere di circostanza, stringere mani e pronunciare parole a suo avviso vuote è cosa diventata pesante da sopportare, questa la tesi, per cui il Furbi scompare per sottrarsi a quel martirio. Ma sembra piuttosto inverosimile che arrivi a nascondersi per una settimana solo per questo, semplicemente grugnirebbe un po’ di più, ma non è certo da Furbi nascondersi.
Qualcuno aveva tirato fuori vecchie madri e vecchie sorelle a cui il Furbi reca visita una volta l’anno, ma sia io che il Bonetti sappiamo bene che non ha famiglie da visitare, anzi pare anche strano che uno come lui possa aver avuto una madre come tutti e non si è invece autogenerato e concepito.
Forse lontani cugini, dicono altri, ma anche qui non sembra verosimile, per quello che ne sappiamo la sua parentela si tiene molto alla larga dal nostro. C’è allora chi dice che il Furbi approfitti dell’occasione per recarsi in pellegrinaggio nell’ex Unione Sovietica a rendere omaggio ai padri del comunismo, ma è notoria la sua avversione al freddo intenso, e comunque l’Unione Sovietica per lui è ormai solo un poster nostalgico raffigurante contadini barbuti appeso nella sua stanza, tra quello di Lenin e quello di Marx, una serie di barbe multicolori che lo guardano dall’alto e che ultimamente lo inquietano anche un po’.
Niente Urss dunque, forse Cuba allora dicono altri, ma se fosse Cuba dove può trovare i soldi per l’aereo rimane un mistero ancora più grande, senza contare poi che di una cosa così ne avrebbe sicuramente parlato. Avrebbe certo raccontato dei suoi incontri con Fidel, e se non con il Lider Maximo almeno con Raul, e se non con il fratellino della rivoluzione almeno con un lontano cugino di Camilo Cienfuegos, insomma con qualcuno che avesse avuto anche solo un minimo collegamento con il Granma, ma lo avrebbe di sicuro raccontato!
No, niente Cuba o Russia o Cina, ogni natale il Furbi sparisce dalla circolazione ma rimane certamente in zona e scoprire dove è ormai diventata una questione di principio per il Bonetti e me, e quest’anno, complici vacanze forzate, ci siamo attrezzati per risolvere il mistero e svelarlo al mondo (del bar).

La mattina del venti dicembre dunque ci siamo ritrovati sotto casa del Furbi di buon ora. Già verso le sette siamo al coperto di un androne posto di fronte alla sua abitazione, in attesa che il nostro esca di casa, pronti a seguirlo in ogni sua mossa. Complice la cattiva situazione metereologica, che dà neve e freddo per tutta la giornata, il Bonetti si è attrezzato per l’evenienza e si è presentato con scarponi anfibi neri, cappottone grigio con martingala lungo fino alle caviglie, guanti e sciarpone di lana grezza color topo e colbacco di pile con falcetto e martelletto al centro: praticamente un ufficiale dell’Armata Rossa alla parata del 1980!
Io, per la cronaca, sono vestito normale.
Il Furbi esce verso le nove, ma dato che in quelle condizioni è impossibile seguire qualcuno senza essere notati decido unilateralmente di rimandare all’indomani, utilizzando magari un’auto e pregando il Bonetti di vestirsi in maniera più adeguata ai tempi, cosa che per fortuna questa volta fà. L’indomani quindi siamo nuovamente puntuali sotto la casa dell’osservato, senza tenute nostalgiche e comodamente seduti nell’auto imprestataci dalla sorella del Bonetti per l’occasione.
Il Furbi esce al solito verso le nove, sale sulla sua Fiat Punto color granata e imbocca i primi viali. Noi a debita distanza lo seguiamo e lo vediamo dirigersi verso ovest, fuori città. Ci stupiamo alquanto nel vederlo imboccare l’ingresso del parcheggio del più grande centro commerciale della zona: che noi sapessimo mai il Furbi aveva messo piede in quel “luogo di perdizione edoconsumistica offusca menti”, parole sue. Lo stupore aumenta quando lo vediamo varcare a piedi l’ingresso del centro e infilarsi tra la folla che già a quell’ora passeggia con sguardo tra l’affrettato e il perso nei corridoi. Lo perdiamo di vista quasi subito, complice la scarsa dimestichezza con il luogo, visto che anche il Bonetti ed io solitamente prediligiamo posti più tranquilli e meno affollati per i nostri acquisti, e complice anche il senso di claustrofobia che ci prende ad entrambi dopo pochi minuti che sembrano eterni, trascorsi in mezzo al bailamme di gente con pacchi dappertutto, e luci dappertutto e merci dappertutto, e babbi natale distribuenti doni a bambini vocianti e piangenti, e come ulteriore tortura dappertutto sentire quelle canzoncine rincoglionenti cantate con voci calde da crooner rincoglioniti per utenti da rincoglionire. Troppo, anche per noi.
A questo punto, perse le speranze di ritrovare il Furbi, dopo aver vagato per un po’ decidiamo di soprassedere e di riprovare il giorno dopo.

Il terzo giorno ripetiamo l’inseguimento e capito che la destinazione è la stessa lo precediamo, in maniera da tenerlo costantemente sott’occhio. Quando il Furbi varca l’ingresso del centro noi siamo già là ad attenderlo, e si affaccia in noi l’idea che alla fine giocare alla Cia è pure divertente. Con lo spirito di chi finora ha nascosto transfughi nel bagagliaio e ha attraversato Checkpoint Charlie almeno tre volte al giorno seguiamo la figura magra del Furbi fino all’ingresso destinato al personale, dopodichè nuovamente lo perdiamo, perchè da dentro continuano ad uscire addetti alle pulizie e camerieri e commessi e pure quel panzone di Babbo Natale, ma del Furbi nessuna traccia. Per maggior sicurezza ci infiliamo nella stanza a controllare, ma anche qui niente e nessuno. Insomma, un mistero.
Io e il Bonetti cerchiamo di non darci per vinti, in fin dei conti fino lì il nostro è sicuramente arrivato e sarà da qualche parte di certo, il problema è capire dove e il guaio è che non ne abbiamo la minima idea.
Vaghiamo dunque per il centro commerciale in cerca del Furbi ma dopo qualche ora ci sediamo sconsolati in un bar a fare il punto della situazione. Di fronte a noi le solite torme di persone in cerca di acquisti e poco più in là uno spiazzo dove un Babbo Natale distribuisce doni a bambini turbolenti. Il vociare della marmaglia è assordante, quasi quanto quello degli adulti e questo Babbo Natale là in mezzo appare piuttosto in difficoltà.
Ne parliamo io e il Bonetti e concordiamo sul fatto che fare Babbo Natale è certamente il più ingrato mestiere che ci possa essere, tutto il giorno in mezzo ai marmocchi a far finta di essere allegri, magari sforzandosi di fare il vocione da Babbo Natale e mantenere l’aria bonaria di chi vuol bene a tutto il mondo, bambini compresi, che è la parte più dura.
Osservandolo meglio però, il Babbo Natale che siede a pochi metri da noi non appare proprio bonario, anzi sembra piuttosto burbero, più un Nonno Natale che un babbo. Rifila pacchetti senza badare se chi gli sta davanti è un maschietto o una femminuccia, non è raro che una bambolina finisca nelle mani di un bambino o una macchinina in quelle di una bambina, e spesso i genitori tornano indietro a cambiare il regalo. In questo caso il Babbo Natale borbotta qualcosa e cambia la merce, ma è evidente che è contrariato.
Insomma, non proprio modi da Babbo Natale, la voce poi, non è per niente quella che ci si aspetta da quella figura, troppo sgraziata e poco amichevole, seppure le parole sembrano quelle giuste. La maniera poi impacciata con cui si presta alle foto di rito tenendo i bambini sulle ginocchia, e il modo come poi li allontana danno l’idea di uno che coi bambini poco ha a che fare, e non fosse per la stazza fisica sembrerebbe quasi che sotto quei vestiti ci sia uno che i bambini li mangerebbe a colazione, non avesse timore che gli restino sullo stomaco come un cibo cattivo.
“Cavoli” dice il Bonetti, “da come li tratta sembra il Furbi con la barba e cinquanta chili in più!”.
Io guardo il Bonetti e poi quel Babbo Natale, e per un momento mi sembra quasi di scorgere sotto la barba bianca il sorrisetto tipico del nostro amico mentre dà una pacca sul sedere a un bambino per rimandarlo dalla mamma, ma è questione solo di un attimo.
“Seeh, il Furbi! Come ti vengono certe idee a te!” dico. “Dai va, andiamocene a casa, che tanto quello non lo ritroviamo più. E anche quest’anno non scopriamo nulla!”.
Mentre ci alziamo e prendiamo l’uscita il Bonetti pensa a voce alta: “Ma chissà che fine farà mai il Furbi tutti gli anni sotto Natale! Bel mistero”.

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Considera la Siberia

Io Bonetti e il Furbi siamo anche qui e qui.
Come ogni pomeriggio che Dio o chi per lui manda in terra il Furbi prende posizione nel solito angolo al solito tavolo del solito bar a leggere il giornale, a tracannare birra e ad ascoltare le conversazioni degli altri avventori, per quel gusto dell’interesse al sociale, come dice lui, o per il gusto di farsi i cazzi degli altri, come afferma invece il Bonetti. Quest’ultimo di solito accompagna l’amico nelle bevute e anch’io, più raramente, mi unisco alla compagnia, forse nel tentativo estremo di normalizzare una coppia che sembra essere uscita da una rivista politica anni 70. Il Furbi sfoggia con ostentazione nelle tasche della giacca copie dell’Unità e del Manifesto, indossa abiti che sanno ancora di lacrimogeno e assume quando si guarda attorno lo sguardo tipico del rivoluzionario cubano, tra il fiero e l’incazzato con una punta di umana pietà verso chiunque calzi un paio di Nike. Il Bonetti dal canto suo è più sul nostalgico sovietico, con barbone marxista, aria da operaio della Ddr e giacca ad ogni stagione con l’unica eccezione in pieno agosto, dove tira fuori dall’armadio la mitica maglietta della nazionale di calcio sovietica ai mondiali ’90, l’ultima con la scritta CCCP, bermuda bianchi e scarpe Adidas modello Nastase, originali del 1982.
Io, per la cronaca, vesto normale.

Quando li raggiungo al tavolo il Bonetti mi accoglie porgendomi la mano, il Furbi col suo solito grugnito seguito da un “Shh! Fatemi sentire cosa dicono ‘sti due imbecilli” indicando due tavoli più in là dove sono sedute due giacche e due cravatte con pataccone d’acciaio al polso, capello corto rado, fisico palestrato e allampadato, aria da cacasoldi ultima generazione. Sul tavolo, in ordine sparso, tre cellulari, un palmare, due bicchieri contenenti un liquido color blu inverosimile, patatine e noccioline come piovesse.
I due se la contano ad alta voce dei cazzi loro come fossero soli in mezzo al deserto, noi ci poniamo in ascolto comodi come a un concerto jazz, tra lo svacco e l’annoiato.
“Perchè sai, quest’anno, con la crisi…” dice il primo imbecille.
“Niente ferie?” chiede il secondo imbecille.
“Giusto un paio di settimane a Miami. Sai, ora che il dollaro rispetto all’euro… sì, insomma, se non ne approfitti adesso” risponde Primo Imb con un sorrisetto e aggiunge “e poi una settimana nella casa al mare in Liguria, ma non è che puoi considerarla vacanza, capirai, a Ceriale!”.
“Eh già” commenta Secondo Imb.
“Comunque poi a inizio ottobre andiamo una settimana a Sharm, che è già prenotato il volo da mesi. Mia moglie ci tiene”.
“A proposito” interviene Sec Imb, “come sta?”
Primo Imb si caccia in gola un pugno di arachidi prima di rispondere “Bene” con bocca piena e voce ovattata “adesso bene”. Butta giù il boccone e continua “Ha avuto un po’ di problemi, sai, valori sballati. Per fortuna che ho un amico in ospedale che l’ha fatta passare davanti nel fare le analisi, che gliele avevano prenotate fra tre mesi, figurati, in Italia, però ho ‘st’amico lì, giochiamo al tennis assieme, che basta una telefonata. Per fortuna, sennò hai tempo a morire”.

La conversazione si sposta sul sociale e Sec Imb incalza: “Cosa vuoi, qua in Italia funziona un cazzo, buoni solo a chiederti le tasse, quelle sì che son puntuali”.
“Eh già”, fa eco Primo Imb “tutta colpa di ‘sto comunista del cazzo di Prodi”, al suono delle quali, non tanto per Prodi quanto per il “comunista del cazzo” in automatico scatta il Furbi che fa per alzarsi e in rapida successione la mia mano a tenergli il pugno chiuso e quella del Bonetti a spingerlo giù sulla sedia.
“Ohi ma lo avete sentito ‘sto ‘mbecille?” chiede il Furbi “adesso salta fuori che il Mortadella era comunista! Ma vi rendete conto?”
“Che ci vuoi fare, fammi sentire!” dico io.
Il Furbi si calma un attimo e ci rimettiamo all’ascolto in tempo per sentire Sec Imb dire che “….poi tanto è inutile pagarle le tasse. Prima o poi una leggina che ti condona tutto la fanno, e allora che sono scemo, che pago una botta mentre c’è chi non paga niente e poi ci guadagna pure!”
“Eh già”, risponde Primo imb, “ad esempio io le multe ho smesso di pagarle! E mi avevano rotto il cazzo, tutti i mesi me ne arriva almeno una: e il divieto di sosta, e il velox, eccheccazzo!”
“Si, ma poi ti arrivano raddoppiate”.
“Intanto faccio ricorso, tanto per, non si sa mai. Poi, nel frattempo i governi cambiano…. ah, ah, ah (risatina idiota!).
I due ingollano quel che resta di cibarie e fanno per alzarsi, noi tre siamo inchiodati alle nostre sedie a guardarci come pirla senza dir nulla. Li vediamo andar via e li sentiamo salutarsi mentre Primo imb apre la portiera di un mostro a quattro ruote che ingombra un posto auto e mezzo. L’ultima cosa che sentiamo è “Allora sabato si va a mangiare dove ti ho detto, si mangia bene e costa poco: sai, con la crisi….”.

Mentre li seguiamo con lo sguardo dico al Furbi: “sai quella tua idea del lager in Molise?”
“Quale”, interviene il Bonetti, “quella di recintare la regione che tanto ci sono solo montagne e Di Pietro e metterci dentro tutta ‘sta bella gente per rieducarla?”
“Sì, e allora? è ancora una opzione validissima, no?” dice il Furbi.
“Certo”, rispondo, “solo ho paura che toccherà recintare pure tutto l’ Abruzzo e non so mica se basta”.
Qualche secondo di silenzio, in cui tutti e tre immaginiamo un muro enorme a recintare montagne.
“La vedi la differenza tra noi e i sovietici”, dice il Bonetti, “E’ che a noi ci manca una Siberia”.
“Eh già”, dico io, “una Siberia è proprio quello che ci manca”.
Il Furbi si desta dal torpore in cui i due imbecilli lo avevano gettato e alzandosi in piedi sbotta: “E grazie al cazzo, Lenin e Stalin! Avevano la logistica dalla loro! Facile vah così! Prova qua!”
Poi si risiede e borbotta tra sè e sè con lo sguardo chino:
” ‘O paese d’o sole! ‘0 paese d’o mare!
La Siberia. Quella sì!”

La logica da fumettaro

Bonetti è il primo ad arrivare all’appuntamento, un po’ in anticipo. Si siede a un tavolo appartato, per quanto parlare di tavoli appartati da Fiorio è come parlare di spiagge libere a Loano in agosto, ma fa del suo meglio nel cercare di mantenere una certa distanza dagli altri avventori.

Ordina al cameriere baffuto in divisa d’ordinanza un analcolico con cui intende ingannare l’attesa e si mette a leggere il libro che si è portato dietro. Ha ancora questa idea assurda per cui se sei solo e leggi qualcosa dai meno nell’occhio, ma sbaglia, come sempre: per dire, leggere Maus da Fiorio può pure sembrati figo e un tono te lo da anche, però siamo in Italia e se leggi un libro in pubblico non passi certo inosservato, se poi il libro è un fumetto e pure di un autore dal cognome intrascrivibile puoi star certo che ti noteranno praticamente tutti.

Il Furbi ed io arriviamo con una puntualità che scandalizza persino noi e ci sediamo ai lati opposti del tavolo. Il Bonetti ci dedica una occhiata distratta, ci saluta a malapena e sembra veramente rapito dalle vicende narrate, e mentre il Furbi tira fuori una copia del Manifesto, io ordino due birre al baffuto che serve ai tavoli.

“Allora hai deciso per chi votare?” mi chiede il Furbi girando rumorosamente le pagine del quotidiano.

A queste parole il Bonetti si desta e alza gli occhi dal libro, solo gli occhi, e mi fissa con aria interrogativa.

Io tiro fuori una sigaretta e dico che non ho ancora deciso, diciamo che sono combattuto tra diverse opzioni e che non ho ancora maturato una scelta convincente. Più che altro mi chiedo se continuare in una logica da fumettari o se saltare definitivamente il fosso e darmi a una sana ignoranza della materia.

Il Furbi posa via il giornale e fa un lungo respiro prima di dire “Il tuo problema è che non si capisce mai di che cazzo parli”, con tono vagamente provocatorio. “Cos’è adesso ‘sta logica fumettara e di che fosso vai cianciando?”.

“Beh, i tempi sono cambiati”, dico, “il mondo è andato avanti. Faccio per ragionare, ma non è detto che si debba per forza rimanere legati a se stessi e a quello che piaceva prima. Insomma non è che se uno legge fumetti per una vita poi non può più smettere o non può cercarsi altre letture”.

“Che il mondo sia andato avanti avrei qualcosa da obiettare”, dice il Furbi incrociando le mani, “qua mi sembra si stia tornando piuttosto indietro, non dico di tanto ma di almeno una ottantina di anni è sicuro. Ad ogni modo se il tuo parallelo è tra fumetto e voto ti dico che ci sono obblighi di coerenza che fanno si che il mio voto vada per una parte che disgraziatamente in questo momento storico si trova fuori dall’arco costituzionale, il che fa di me un extraparlamentare a tutti gli effetti non senza una certa punta di orgoglio devo ammettere, ma di fatto un reietto che vorrebbe invece avere una voce, in nome della pluralità alla base di ogni democrazia, dove anche l’ultimo della scala sociale ha diritto di rappresentanza e il dovere di portare avanti le proprie battaglie in tutte le sedi democratiche e civili e sociali e…..

“Senti”, lo interrompo, “non ho detto che non voterò. So bene che finirò per votare per l’ennesima volta quella bandiera rossa con falce e martello, ho solo detto che mi sto seriamente chiedendo se non è il caso di guardare oltre”.

“Infatti”, interviene il Bonetti, “bisogna guardare oltre questa società del consumo dove tutto è mercificato. Riportare la gente ai giusti valori di solidarietà, uguaglianza e….”

“Eccheccazzo”, dico bloccandogli la frase a metà, “non intendevo questo. Intendevo solo guardare oltre. E basta”.
“Ma oltre che, si potrà sapere?” chiede un Furbi lievemente alterato.

“Insomma”, provo a spiegare, “da quanto votiamo da quella parte lì? Praticamente da che abbiamo votato la prima volta, giusto? A parte qualche deviazione di cui ci siamo subito pentiti abbiamo sempre sostenuto quel partito, lo abbiamo visto nascere, poi dividersi, poi dividersi ancora, e poi nuovamente. Eravamo quasi al 9% quando eravamo tutti uniti, se oggi sommiamo tutte le componenti che ne sono fuoriuscite siamo ancora li attorno, percento più percento meno. E siamo sempre noi e siamo sempre gli stessi”.
Il Furbi mi guarda interrogativo: “E allora? Che c’entra la logica fumettara?”
“E allora hai presente quelli che comprano e leggono fumetti? Son sempre loro e son sempre gli stessi, non aumentano e non diminuiscono. Se tu vai a una convention oggi e la paragoni a una di vent’anni fa ti accorgi che son sempre le stesse facce, la stessa tipologia di persona, e né aumentano e né diminuiscono: il numero si mantiene costante”.

“Bene, e dunque?”

“E’ per fare un esempio. Chi legge fumetti lo fa perchè gli piace leggere fumetti da sempre. Insomma, ce l’ha dentro. Non che non legga altro, però quella cosa che ogni tanto lo porta a comprare le nuvole parlanti è lì e non se ne va: gli rimarrà sempre”.

I miei due interlocutori mi guardano perplessi, io continuo: “Il popolo dei fumettari è minoritario rispetto alla maggioranza delle persone, ed è a suo modo elitario, perchè chi legge giornaletti sa che ha qualcosa che altri non possono capire. Ha i suoi riti, i suoi miti, le sue date. Pure, per continuare il paragone, all’interno di questa minoranza ci sono varie correnti, chi gli piace il manga, chi la linea chiara, chi i comics e via dicendo, e di solito una cosa esclude l’altra, perchè un mangofilo vuole solo quello, insomma minoranze di minoranze”.

“Mi sembra una stronzata” sentenzia il Furbi.

“Aspetta, fallo andare avanti che son curioso” dice invece il Bonetti.

“Quello che voglio dire è che pur avendo una base comune si è per nostra natura intrinseca divisi, tanto che è quasi inutile cercare una unità di intenti. In più c’è la consapevolezza, questa sì comune, di essere più fighi degli altri perchè si conosce una cosa che agli altri è negata, ed anche il fatto di sapere di essere un numero finito di persone è una cosa che fa piacere, perchè difficilmente il fumetto può diventare fenomeno di massa nonostante gli sforzi per propagandarlo, e se diventasse mai di massa chi oggi li legge sono certo smetterebbe. Per cui il popolo dei fumettari è destinato a rimanere quello che è, e il popolo dei rossi pure, perchè si è già raggiunto il numero massimo di persone che possono capire la faccenda ed altri, in fondo in fondo, manco se ne vogliono”.

“Per cui cosa intendi fare?” chiede il Bonetti.

“Io? Beh, una opzione sarebbe comprare riviste dove c’è un po’ di tutto e pure fumetti, per cui votare Pd, ma ho idea che alla lunga sarei in disaccordo con le scelte delle tavole inserite e la cosa finirebbe per stufarmi. Oppure non leggere affatto e allora votare per i destrorsi, ma è una ipotesi impraticabile, essendo affetto da letturite acuta”.

“E il tuo guardare oltre allora dove va a finire?” chiede il Furbi rinfrancato.

“A pensarci bene ho idea che mi sarà impossibile, almeno in quel senso. Vorrà dire che continuerò a leggere fumetti, a chiedermi perché più gente non legge fumetti, a litigare con chi legge solo manga e a non capire chi non legge affatto. E continuerò a votare comunista. Posso fare altro?”.

Un secondo di silenzio, in cui i due mi guardano senza dir nulla.

Due secondi di silenzio.

“Certo sei strano, tu” dice il Furbi mentre il Bonetti se ne torna alla sua lettura. Io bevo la mia birra e penso che noi, quell’oltre, difficilmente lo vedremo mai. Per fortuna.

I had a dream

Ci incontriamo io Bonetti e il Furbi al Caffè Roberto, ora di aperitivi, locale gremito. Aspettiamo piatto in mano Beppe Sarotto, come al solito in ritardo, e l’attesa ci snerva alquanto. Bonetti tenta di nascondere il nervosismo trangugiando olive ascolane e lanciando occhiate furtive verso l’entrata. Il Furbi appare tranquillo, ha la solita espressione che assume durante le crisi, con l’occhio sinistro leggermente strizzato, non molto ma abbastanza da alzargli la bocca quel tanto che basta a stampargli in faccia un mezzo sorriso da furbetto, da cui il soprannome.
Io bevo birra e mi guardo attorno.
La gente infreddolita – il riscaldamento è spento per via del razionamento – è accalcata ai banconi del cibo e parla poco, quasi nulla. Più che altro riempiono i piatti ben oltre la loro capienza, dando l’impressione che per molti quello è l’unico pasto della giornata e resterà tale fino alla sera successiva. Anche ai tavoli la gente è silenziosa, stretti nei cappotti, lo sguardo fisso al piatto. In sottofondo la filodiffusione trasmette musicaccia lounge intervallata dalle ultime disposizioni del Ministero del Bene Comune.
“Ma quando cacchio arriva Sarotto?” chiede Bonetti, visibilmente teso.
“Calma” risponde il Furbi “Avrà trovato traffico”.
“Traffico? Ma se non c’è una macchina in giro”
“Lui viaggia in tram”
“Non ci sono manco più tram a quest’ora. Staccano alle 8 lo sai, no?”
“Avrà preso la bici”
“Lavora a due isolati da qui, cazzo prende la bici”.
“Cazzo ne so. Cominci a stressarmi lo sai?”
“E basta” intervengo io, “tra poco arriva. E’ in ritardo di solo quindici minuti e non è mai stato puntuale in vita sua”.
“Come cazzo ha fatto il comando a affidargli l’operazione non capisco” dice Bonetti addentando l’ennesima oliva.
“Magari se non lo sbandieri ai quattro venti ci fai un favore” dice il Furbi, “Sai vorrei almeno cominciarla l’operazione, senza essere fermato come un pirla prima”.
Le ultime parole le dice mentre una sirena della Polizia Pubblica sovrasta il sottofondo sempre più lounge. Hanno vietato l’ascolto di gran parte della musica Pre-Libertà perchè non consona ai nuovi valori ma quella l’hanno mantenuta, chissà perchè. Certo poteva andar peggio. Potevano salvare la bachata.
Finalmente Sarotto entra nel locale sempre più freddo e sempre più umido. Il Furbi gli fà un cenno con la mano ma Sarotto fa finta di non vederlo e va dritto al bancone. Sottobraccio stringe una cartellina rossa e indossa una specie di completo blu scuro e una coppola a quadrotti.
Lo vedo sporgersi oltre il bancone e parlare all’orecchio del barista, gli affida la cartellina e poi viene verso di noi. In faccia lo trovo diverso, ma ancora non so dire il perchè.
Bonetti manda giù l’ultima oliva ascolana e non è più così nervoso, io e il Furbi ci stringiamo per far posto al compagno capo dell’operazione, che più lo guardo e meno somiglia a Sarotto. Mi ricorda qualcuno, ma non mi viene in mente chi. Bah.
“Compagni” fa lui con aria greve, “è per stanotte”.
“Cosa?” chiede Bonetti
“Come cosa” dice Sarotto lisciandosi il pizzo (ma ce l’aveva già quel pizzetto?)
“Eh, per stanotte. Cosa”.
Sarotto pare interdetto. Guarda Bonetti, (che tra l’altro non somiglia più a Bonetti: sfoggia baffoni neri e capelli all’indietro e anche lui mi ricorda qualcuno ma mica mi viene chi) con l’aria di chi sta pensando “questo porterà solo guai”, ma poi prosegue senza farci troppo caso.
“L’ora è giunta. Stanotte ci riprenderemo quello che è nostro, compagni. L’orrido regime del Bandana terminerà questa notte stessa. Tutto è pronto. Il barista sta provvedendo a nascondere gli ordini nel cibo dell’aperitivo, perciò occhio a non mangiare tutto, i bigliettini bisogna leggerli non mangiarli”.
“Ma stai scherzando?” dice il Furbi che anche lui non somiglia più al Furbi e ora sfoggia un paio di occhialetti tondi. “E se finiscono in mani sbagliate?”
“Tranquillo. Qua son tutti dei nostri.” e dicendo questo gira la testa a guardarsi alle spalle.
Ci guardiamo attorno anche noi. Il locale non è cambiato, ma la gente non è più vestita come prima, ora sfoggiano camice larghe senza colletto gli uomini, gonne lunghe e foulard in testa le donne: sembrano tutti usciti da un romanzo di Cechov. Stridono con la musicaccia in sottofondo e anche con i miei ricordi ma sembrano essere a loro agio e guardano tutti verso di noi alzando il bicchiere.
E poi a un tratto mi viene in mente a chi somigliano i miei amici, solo che ormai dei miei amici non hanno nulla e Josif Bonetti, Vladimir Sarotto e Leon Furbi parlano fitto fitto in una lingua piena di osky e di off che lì per lì non capisco ma che per qualche motivo strano comprendo ugualmente.
Josif Bonetti Stalin parla poco, si liscia i baffoni e lancia occhiatacce a Leon Furbi Trotsky. Vladimir Sarotto Lenin dal canto suo parla di continuo e ogni tanto sbrocca: tira fuori una ramazza e la agita roteandola sopra le nostre teste, agitandosi non poco. Gli faccio notare che a far cosi gli può prendere un coccolone ed è meglio che stia più calmo, ma ormai il nostro è lanciato: urla slogan a squarciagola, tipo quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, strappa una tenda rossa dalla parete e si fionda all’uscita cantando l’internazionale. Trotsky gli corre dietro portandosi appresso tutti gli altri e restiamo il barista, io e Stalin nel locale ormai deserto.
Dalle casse della radio sentiamo il comunicato serale del Ministero del Bene Comune ed è il Bandana in persona che parla: tendiamo l’orecchio, magari è importante, invece è la solita barzelletta scema con le risate registrate.
Stalin si alza e fa per andare. Con lenti movimenti della dita si abbottona la giubba di tela bianca, mentre da fuori arriva l’eco dei primi spari. Lancia uno sguardo alla cassa acustica sopra la nostre teste e dice: “E’ per questo che quell’uomo è destinato a perdere. Le barzellette proprio non le sa raccontare”.
Poi, rivolto a me chiede “Tu che fai, non vieni?”
Io guardo l’orologio sul comodino, mi giro dall’altra parte e dico:
“Ancora cinque minuti, mamma”.