La sfiga dei numeri primi

Ho fame di letture, non riesco a farne a meno. Leggo, sempre, ed è una malattia, scrivo mai, anche se mi piacerebbe farlo, come tutti, ma i limiti sono quelli che sono e riconoscerli non è mai un demerito.
Compro un macello di libri, a natale li regalo agli amici e faccio parte di quella categoria che legge tutti i giorni, anche solo una pagina prima di dormire, e non pago leggo pure dei quotidiani, a volte dei settimanali, numerosi blog, fumetti quando posso, se non c’è altro il televideo, se proprio non c’è nulla qualsiasi cosa assomigli a una forma di scrittura. E’ una malattia, ma è piacevole, sempre ne esistano, di piacevoli.
Leggo pochi romanzi, perchè fantastico già troppo di mio per saturarmi con la fantasia degli altri, ma ogni tanto ho bisogno di staccarmi e allora ne leggo. In genere non seguo consigli altrui, se non da persone fidate, e men che mai le classifiche di vendita, ma a volte lo faccio e allora mi ritrovo per le mani libri decantatissimi, dove tutti han gridato al miracolo letterario. Quelli che trovi al supermercato per intenderci, tra gli shampoo e le lampadine, che a me giran le balle vederli in quel contesto da autogrill, perchè i titoli son sempre dello stesso tipo e nove volte su dieci fan cagare, ma ormai è così che va e allora vedi gente uscire con Saviano mischiato alle sottilette e al lattughino e le balle ti giran due volte.
Comunque sia mi ritrovo in casa il romanzo d’esordio del torinese Paolo Giordano, La Solitudine dei Numeri Primi, fregato forse a qualche amico qualche mese fa, di certo non comprato facendo la spesa, e lo leggo, in cinque ore scarse.
Ora, questo romanzo ha vinto due premi importanti, lo Strega e il Campiello, per cui ti attendi qualcosa di ottimo e autorevoli critici dicono sia scritto bene, ma si vede che a me piacciono quelli che scrivono male.
La premessa del libro è eccellente, perchè paragonare gli esseri umani ai numeri per mostrarne le affinità o, nel caso appunto dei numeri primi, l’impossibilità di interagire tra loro essendo divisibili solo da se stessi o dal numero 1, è una idea fantastica. Tolta questa magnifica premessa, per la quale mi tolgo tanto di cappello, il resto è di una tristezza e di una angoscia infinita. Voluta, certo, e la cosa forse può avere un carattere rassicurante, perchè se in questo momento sei disoccupato, o non sai come pagare la rata del mutuo, o hai qualche piccolo acciacco dovuto all’età, leggendo il libro ringrazi Dio, La Madonna e Carlo Marx per non essere come i protagonisti del suddetto, che sono (in ordine sparso):
una anoressica zoppa
un genio masochista e cupo
una sorella handicappata che poi scompare
un gay coi sensi di colpa
tre genitori falliti e uno morto di cancro
un datore di lavoro divorziato e depresso
un marito medico deficiente (perchè sei medico e ci metti nove anni per capire che tua moglie è anoressica?)
amiche stronze varie
amici fuorusciti dall’Italia nostalgici e delusi
Il tutto che parte in un clima da Crash di J.G. Ballard (attrazione morbosa per le cicatrici) e vaghi accenni ad American Beauty (nei ragionamenti del genio protagonista), prosegue in un clima da soap opera, dove trattieni la voglia di chiudere il libro e vai avanti solo per vedere come va a finire, e un finale che non dice molto, dove quasi tutti proseguono in una vita tanto tracciata quanto dolorosa. Quasi, perchè l’anoressica zoppa, forse, mah, chissà.
Insomma, se essere numeri primi è eccezionale perchè ti distingue dalla massa, dopo aver letto della loro solitudine ringrazi di essere un numero composto, pure da un po’ di sfiga magari, ma con la speranza che un altro numero con cui dividerti (e divertirti) prima o poi lo trovi.