Mistero di Natale

Come ogni anno all’avvicinarsi del Natale il Furbi scompare dalla circolazione, e a nulla sono valsi finora i tentativi del Bonetti e del sottoscritto di capire che fine può mai fare. Ogni anno, verso il diciannove o il venti di dicembre, il Furbi si assenta all’improvviso, senza avvisare nessuno, per ricomparire poi il ventisette a feste ormai concluse. In quella data puntualmente lo si ritrova al solito tavolo del solito bar, sacramentando a seconda della pagina di giornale letta, anche se a dire il vero ultimamente è un sacramento unico quello che accompagna la sua lettura del quotidiano. E’ diventato nel locale, per i pigri che non vogliono faticare nel tenersi informati, una sorta di indicatore della situazione esterna, un rivelatore di magagne sonoro, un applausometro che invece degli applausi utilizza le imprecazioni come strumento di misura e più la magagna è grande più l’invettiva aumenta. Dati i tempi, la sua lettura del giornale è accompagnata da un borbottio continuo di parolacce con picchi di vere e proprie maledizioni che in genere riguardano la politica interna. Il segnale che quella specie di giornale radio interno al bar sta per concludersi è solitamente il lancio dei fogli tre posti più in là e l’ordinazione ad alta voce di un fernet, a mandar giù la merda dice, con un bestemmione finale a far da sigla tratto dal suo vasto repertorio, variabile a seconda dei giorni e dell’umore.
Cominciammo a notare la sua costante assenza natalizia piuttosto in ritardo, che era ormai qualche anno che mancava alle riunioni della vigilia e su quella assenza e sui suoi silenzi sulla questione continuano a circolare insistenti voci. La più comune lo vuole restio a partecipare a quella operazione buonista dello scambiarsi auguri a perdere che tanto lo imbarazza: dover sorridere di circostanza, stringere mani e pronunciare parole a suo avviso vuote è cosa diventata pesante da sopportare, questa la tesi, per cui il Furbi scompare per sottrarsi a quel martirio. Ma sembra piuttosto inverosimile che arrivi a nascondersi per una settimana solo per questo, semplicemente grugnirebbe un po’ di più, ma non è certo da Furbi nascondersi.
Qualcuno aveva tirato fuori vecchie madri e vecchie sorelle a cui il Furbi reca visita una volta l’anno, ma sia io che il Bonetti sappiamo bene che non ha famiglie da visitare, anzi pare anche strano che uno come lui possa aver avuto una madre come tutti e non si è invece autogenerato e concepito.
Forse lontani cugini, dicono altri, ma anche qui non sembra verosimile, per quello che ne sappiamo la sua parentela si tiene molto alla larga dal nostro. C’è allora chi dice che il Furbi approfitti dell’occasione per recarsi in pellegrinaggio nell’ex Unione Sovietica a rendere omaggio ai padri del comunismo, ma è notoria la sua avversione al freddo intenso, e comunque l’Unione Sovietica per lui è ormai solo un poster nostalgico raffigurante contadini barbuti appeso nella sua stanza, tra quello di Lenin e quello di Marx, una serie di barbe multicolori che lo guardano dall’alto e che ultimamente lo inquietano anche un po’.
Niente Urss dunque, forse Cuba allora dicono altri, ma se fosse Cuba dove può trovare i soldi per l’aereo rimane un mistero ancora più grande, senza contare poi che di una cosa così ne avrebbe sicuramente parlato. Avrebbe certo raccontato dei suoi incontri con Fidel, e se non con il Lider Maximo almeno con Raul, e se non con il fratellino della rivoluzione almeno con un lontano cugino di Camilo Cienfuegos, insomma con qualcuno che avesse avuto anche solo un minimo collegamento con il Granma, ma lo avrebbe di sicuro raccontato!
No, niente Cuba o Russia o Cina, ogni natale il Furbi sparisce dalla circolazione ma rimane certamente in zona e scoprire dove è ormai diventata una questione di principio per il Bonetti e me, e quest’anno, complici vacanze forzate, ci siamo attrezzati per risolvere il mistero e svelarlo al mondo (del bar).

La mattina del venti dicembre dunque ci siamo ritrovati sotto casa del Furbi di buon ora. Già verso le sette siamo al coperto di un androne posto di fronte alla sua abitazione, in attesa che il nostro esca di casa, pronti a seguirlo in ogni sua mossa. Complice la cattiva situazione metereologica, che dà neve e freddo per tutta la giornata, il Bonetti si è attrezzato per l’evenienza e si è presentato con scarponi anfibi neri, cappottone grigio con martingala lungo fino alle caviglie, guanti e sciarpone di lana grezza color topo e colbacco di pile con falcetto e martelletto al centro: praticamente un ufficiale dell’Armata Rossa alla parata del 1980!
Io, per la cronaca, sono vestito normale.
Il Furbi esce verso le nove, ma dato che in quelle condizioni è impossibile seguire qualcuno senza essere notati decido unilateralmente di rimandare all’indomani, utilizzando magari un’auto e pregando il Bonetti di vestirsi in maniera più adeguata ai tempi, cosa che per fortuna questa volta fà. L’indomani quindi siamo nuovamente puntuali sotto la casa dell’osservato, senza tenute nostalgiche e comodamente seduti nell’auto imprestataci dalla sorella del Bonetti per l’occasione.
Il Furbi esce al solito verso le nove, sale sulla sua Fiat Punto color granata e imbocca i primi viali. Noi a debita distanza lo seguiamo e lo vediamo dirigersi verso ovest, fuori città. Ci stupiamo alquanto nel vederlo imboccare l’ingresso del parcheggio del più grande centro commerciale della zona: che noi sapessimo mai il Furbi aveva messo piede in quel “luogo di perdizione edoconsumistica offusca menti”, parole sue. Lo stupore aumenta quando lo vediamo varcare a piedi l’ingresso del centro e infilarsi tra la folla che già a quell’ora passeggia con sguardo tra l’affrettato e il perso nei corridoi. Lo perdiamo di vista quasi subito, complice la scarsa dimestichezza con il luogo, visto che anche il Bonetti ed io solitamente prediligiamo posti più tranquilli e meno affollati per i nostri acquisti, e complice anche il senso di claustrofobia che ci prende ad entrambi dopo pochi minuti che sembrano eterni, trascorsi in mezzo al bailamme di gente con pacchi dappertutto, e luci dappertutto e merci dappertutto, e babbi natale distribuenti doni a bambini vocianti e piangenti, e come ulteriore tortura dappertutto sentire quelle canzoncine rincoglionenti cantate con voci calde da crooner rincoglioniti per utenti da rincoglionire. Troppo, anche per noi.
A questo punto, perse le speranze di ritrovare il Furbi, dopo aver vagato per un po’ decidiamo di soprassedere e di riprovare il giorno dopo.

Il terzo giorno ripetiamo l’inseguimento e capito che la destinazione è la stessa lo precediamo, in maniera da tenerlo costantemente sott’occhio. Quando il Furbi varca l’ingresso del centro noi siamo già là ad attenderlo, e si affaccia in noi l’idea che alla fine giocare alla Cia è pure divertente. Con lo spirito di chi finora ha nascosto transfughi nel bagagliaio e ha attraversato Checkpoint Charlie almeno tre volte al giorno seguiamo la figura magra del Furbi fino all’ingresso destinato al personale, dopodichè nuovamente lo perdiamo, perchè da dentro continuano ad uscire addetti alle pulizie e camerieri e commessi e pure quel panzone di Babbo Natale, ma del Furbi nessuna traccia. Per maggior sicurezza ci infiliamo nella stanza a controllare, ma anche qui niente e nessuno. Insomma, un mistero.
Io e il Bonetti cerchiamo di non darci per vinti, in fin dei conti fino lì il nostro è sicuramente arrivato e sarà da qualche parte di certo, il problema è capire dove e il guaio è che non ne abbiamo la minima idea.
Vaghiamo dunque per il centro commerciale in cerca del Furbi ma dopo qualche ora ci sediamo sconsolati in un bar a fare il punto della situazione. Di fronte a noi le solite torme di persone in cerca di acquisti e poco più in là uno spiazzo dove un Babbo Natale distribuisce doni a bambini turbolenti. Il vociare della marmaglia è assordante, quasi quanto quello degli adulti e questo Babbo Natale là in mezzo appare piuttosto in difficoltà.
Ne parliamo io e il Bonetti e concordiamo sul fatto che fare Babbo Natale è certamente il più ingrato mestiere che ci possa essere, tutto il giorno in mezzo ai marmocchi a far finta di essere allegri, magari sforzandosi di fare il vocione da Babbo Natale e mantenere l’aria bonaria di chi vuol bene a tutto il mondo, bambini compresi, che è la parte più dura.
Osservandolo meglio però, il Babbo Natale che siede a pochi metri da noi non appare proprio bonario, anzi sembra piuttosto burbero, più un Nonno Natale che un babbo. Rifila pacchetti senza badare se chi gli sta davanti è un maschietto o una femminuccia, non è raro che una bambolina finisca nelle mani di un bambino o una macchinina in quelle di una bambina, e spesso i genitori tornano indietro a cambiare il regalo. In questo caso il Babbo Natale borbotta qualcosa e cambia la merce, ma è evidente che è contrariato.
Insomma, non proprio modi da Babbo Natale, la voce poi, non è per niente quella che ci si aspetta da quella figura, troppo sgraziata e poco amichevole, seppure le parole sembrano quelle giuste. La maniera poi impacciata con cui si presta alle foto di rito tenendo i bambini sulle ginocchia, e il modo come poi li allontana danno l’idea di uno che coi bambini poco ha a che fare, e non fosse per la stazza fisica sembrerebbe quasi che sotto quei vestiti ci sia uno che i bambini li mangerebbe a colazione, non avesse timore che gli restino sullo stomaco come un cibo cattivo.
“Cavoli” dice il Bonetti, “da come li tratta sembra il Furbi con la barba e cinquanta chili in più!”.
Io guardo il Bonetti e poi quel Babbo Natale, e per un momento mi sembra quasi di scorgere sotto la barba bianca il sorrisetto tipico del nostro amico mentre dà una pacca sul sedere a un bambino per rimandarlo dalla mamma, ma è questione solo di un attimo.
“Seeh, il Furbi! Come ti vengono certe idee a te!” dico. “Dai va, andiamocene a casa, che tanto quello non lo ritroviamo più. E anche quest’anno non scopriamo nulla!”.
Mentre ci alziamo e prendiamo l’uscita il Bonetti pensa a voce alta: “Ma chissà che fine farà mai il Furbi tutti gli anni sotto Natale! Bel mistero”.

John Frusciante è (di nuovo) uscito dal gruppo

Red Hot Chili Peppers nuovamente orfani del chitarrista John Frusciante che ha deciso di ritentare la carriera solista (qui).
Si autorizza Enrico Brizzi a scrivere, se proprio vuole, una nuova storia che prenda spunto dalla vicenda. Si autorizza altresì, se proprio non se ne può fare a meno, a girare un nuovo film tratto dall’ipotetico nuovo racconto, con la speranza che non venga scelto nuovamente Stefano Accorsi nel ruolo del protagonista: non vorremmo che i francesi ne sentissero la mancanza.

Red Hot Chili Peppers – Give It Away

Qoèlet 1.9

In questi due giorni non ho scritto nulla, ero troppo impegnato a ridere, oltre che per questa, sulla frase del Mahatma Bandana “L’amore vince sull’invidia e sull’odio”, che visti i parametri con la quale ultimamente conferiscono i Nobel per la Pace sono certo avrà enormemente impressionato la commissione del premio.
A proposito di amore per come lo intendono i politici, mi è tornata alla mente una esibizione di quei geniacci di Elio e le Storie Tese a un concerto del Primo Maggio nell’ormai lontano 1991, esibizione trasmessa da mamma Rai e tagliata di brutto a metà da un imbarazzatissimo Vincenzo Mollica. Basta cambiare i nomi dei politici ed attualizzarli e ci si accorge che di come non ci sia mai niente di nuovo sotto il sole.
Qoèlet 1.9 appunto (qui).

Elio e Le Storie Tese – Ti amo (Concerto del 1° Maggio 1991)

Resistenze

Da Repubblica:
“Berlusconi aggredito. Arrestato un uomo con problemi mentali.”
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Quando le corde si spezzano i primi a cedere sono i fili più deboli.

Signor censore

Lo scontro fra Berlusconi e tutto quanto gli è avverso, ve ne sarete accorti, si è inasprito oltre misura e ormai pure le mezze tacche in ambiente Pdl si sono mobilitati a difesa del loro caudillo, pensando di ricevere la gratitudine del capo immagino, o forse solo perchè leccaculi si nasce e ogni tot bisogna dimostrarlo, magari attaccando l’arte che, si sà, ha il brutto vizio di ritenersi libera di esprimersi.
Succede qua a Torino che ogni anno a novembre in contemporanea con l’evento Artissima, destinata ai “grandi”, si svolga l’evento Paratissima, aperto praticamente a chiunque ne faccia richiesta e voglia presentare le proprie opere. Paratissima si svolge in vari punti della città e tra le location c’era anche, messa a disposizione dall’ azienda trasporti torinese Gtt, la fermata della metro alla stazione di Porta Nuova, dove l’artista Paolo Jins Gillone ha proposto un murale fatto di concetti, 160 parole collegate tra loro per associazioni d’idee, prese da quello che ogni giorno i media trasmettono. L’opera è poi rimasta come decorazione della fermata, come capita in tantissime città. Niente di grave penserete, non fosse che il bravo Jins ha inserito anche il concetto “Berluska” e da qui l’alzata del consigliere comunale pidiellino, con un ritardo di un mese dalla presentazione dell’opera (quando si dice la prontezza di riflessi!) e conseguente rimozione della stessa.
Al fondo dell’articolo apparso sulla Stampa un immigrato romeno dice la sua:
«Perché cancellarlo? – domanda Dumitru Salapa, romeno di 45 anni – È democrazia. Da noi era comunismo che diceva: “Zitto tu, questo non lo puoi scrivere”. La democrazia è poter esprimere tutto».
Non sempre Dumitru, non sempre.