Turista per caso

Torino, corso Massimo D’Azeglio all’altezza del Valentino, ore 9,45, temperatura 29°C, umidità 60%, cielo color celeste sbiadito con vistose macchie biancastre, chè guardandolo lo sai che oltre le macchie c’è l’azzurro, ma sai anche che la poca aria che entra nell’abitacolo dell’auto e che gira sopra la mia testa è troppo debole per levarle via, mannaggia. Traffico scarso per fortuna, bevo dalla bottiglietta d’acqua (18 centesimi) acquistata dieci minuti prima nel minimarket sotto casa, penso a dove sia meglio lasciare l’euro 2 che guido e che mi impedisce l’accesso alla dannata Ztl. Non sono ancora le 10.30, quindi sarebbe stato uguale in termini di accesso per i senza permesso, non fosse che la vecchietta che guido è discriminata pure nelle ore successive e ho idea che sia rimasta una delle poche (anzi no, son cambiate le regole nda), comunque, chissenefotte, non ho tempo per ragionare e l’appuntamento è alle 10 in via San Massimo, quindi opto per il parcheggio sotterraneo di Piazza Vittorio Veneto, per amici e torinesi solo Piazza Vittorio.
Che poi uno dice via San Massimo e che sarà mai, ma è la solita mentalità da provincialotto trasferito nella metropoli che dimentica le distanze da città e via San Massimo sarà pure lunga un chilometro scarso ma a fartela a piedi ci piglia del suo anche senza ‘sto caldo appiccicoso che da una settimana e più rompe le scatole. Ad ogni modo mi incammino, e la telefonata della tizia mi arriva in Piazza Cavour a due passi dal suo ufficio e dal set di un qualcosa che girano con la Littizzetto, che mi facevo più piccola a vederla da qua, ma magari è solo per via dei tacchi che calza o forse chi le è vicino è proporzionato alla sua altezza, non saprei dire e non ho manco tempo di dire, ad esser sinceri. L’ordine “motore, azione” lo sento arrivare mentre varco la porta del posto, ma dubito che sia riferito a me, comunque anch’io recito la mia brava parte (a memoria, sempre uguale: un attore consumato, ormai!), e la scena dura sì e no un venti minuti, che è già un bel record a pensarci: tutto in presa diretta, camera mobile senza stacchi, un bel piano sequenza come dogma (95) impone. Finita la ripresa del mio cortometraggio sbircio la concorrenza, e son tutti belli fermi sotto il sole cocente, attori e tecnici, che mi da l’idea che fare cinema alla fine sia una bella sequenza di tempi morti e girar di pollici, ma sempre meglio che lavorare.

Ore 10,40, temperatura 30°C, umidità 65%, cielo colore di prima forse un po’ peggio, la bottiglietta è piena (vuota?) per metà e pure un po’ caldina, di già. Ragiono un secondo se mi conviene prender l’auto dove l’ho lasciata o andare a piedi, mi figuro mentalmente ‘sta cacchio di Ztl e non ho molte scelte dunque vado, nella caldazza, a piedi, direzione ovest. Taglio a zig zag fino in Piazza Carlo Emanuele II, Piazza Carlina per amici e torinesi, butto l’occhio alla statua di Cavour in mezzo allo slargo, penso che in fondo è morto giovane il Conte, cinquant’anni e poco più, giusto il tempo di far danni dalle parti dei miei antenati, che son certo si auguravano schiattasse prima. Veloce passo oltre, a prendere via Principe Amedeo da fare sempre dritto, chè oltre via Roma cambia nome e diventa la via Bertola che cerco, bel modo torinese di incasinare turisti e provincialotti immigrati, il chiamare la stessa via con più nomi diversi. Oltrepasso Piazza Carlo Alberto, che mi piace sempre parecchio, butto l’occhio in Piazza Carignano, dove sotto il palazzo omonimo un contatore mi avvisa che mancano 246 giorni al 150esimo dell’Unità d’Italia: 150 anni, che non sono tanti ma manco pochi, cazzarola, e noi ancora qua a sfornar imbecilli che ce l’hanno coi terun, ma vabbeh chissenefrega, che ho ancora un tot di isolati da fare e comincia a far davvero caldo.
Ecco, il caldo, forse la chiave è tutta qua, che col caldo uno vuole solo rilassarsi altro che correre e lavurà, e giù dalle parti dei miei antenati il caldo è roba seria, mica hai voglia di sprecare fiato ed energie a spiegare che terun è un concetto relativo, dipende da dove guardi. Ma son filosofie, cose da Magna Grecia, che van bene da dire mangiando pane e olive all’ombra di un albero, e d’altronde non è un caso se gli ellenici si fermarono in Campania senza andar più su a civilizzare pure i celti o galli che dir si voglia: troppa fatica, forse, o magari pensavano fosse tempo perso, va a sapere. Comunque, tra un pensiero stupido e la lettura di manifestini su una parete che avvisano dell’imminente ritorno del Nazareno (“Gesù sta arrivando”, e speriamo gli vada un po’ meglio a ‘sto giro), arrivo dove devo arrivare, un ufficio caldo come il sahara d’agosto, con due ragazzotte decisamente sovrappeso che tentano in tutti i modi di combattere la calura. Anche qui ripeto la parte, decisamente peggio dato il clima avverso, ma buona la prima e via si torna, direzione opposta su passi già fatti.

Ore 11,30, temperatura 30,5°C, umidità da sud est asiatico, il colore del cielo non ho il coraggio di vederlo e, all’incrocio con via Pietro Micca, finisco pure le sigarette. Vorrei deviare fino in Piazza Castello, dove questa sera Charlotte Gainsbourg apre le danze del Traffic, e scendere poi giù lungo via Po, ma allungherei e poi già so che finirei per comprare qualcosa alle bancarelle dell’usato, e non ho voglia di spender soldi, oggi. Quel che restava dell’acqua calda in bottiglietta ha preso il volo dieci passi prima, sono dunque senza viveri, a percorrere sotto il sole il chilometro e mezzo o poco più che mi separa dalla mia discriminata vettura, chè sì lo so che in mezzo incontro almeno tre tabaccai e una ventina di bar, ma mi va di metterla giù epica (o patetica) e poi sono da solo in centro a Torino, e quindi, credetemi, solo, che magari a Napoli o dalle parti dei miei antenati quelli che ti stanno attorno un ruolo e un senso ce l’hanno, a Torino no, sono solo figuranti di un film a protagonista unico, sé medesimo, dove ognuno è al tempo stesso sia l’uno che l’altro, con scarse possibilità di finire protagonista nelle inquadrature altrui e ognuno gira il proprio film e ognuno casualmente fa da contorno a quelli degli altri. Ma non ho voglia di stare a pensarci, e tanto meno di stare a spiegarlo, chè il caldo è ancora troppo e di passi da fare ne ho ancora un po’. E poi è piacevole, a volte, sentirsi turista per caso.

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David Bowie – Life on Mars?

Icone

Giornate di pellegrinaggi sotto la Mole.
C’è chi sfida la pioggia per dare una occhiata veloce a un telo controverso, chi riempie i palazzetti sera dopo sera per ascoltare uno già ascoltato duecento volte, ed entrambi fanno il pienone. A ognuno la sua icona.
Io, per me, avessi 28 euro da buttare sceglierei altro.
Tipo, non so, questi qui.

Editors – Smokers Outside the Hospital Door

Les Negresses Vertes – Hou! Mama Mia

Percorsi

E’ un ripetermi questo, ma continuano a piacermi i percorsi umani e mi piacciono sempre quegli uomini che li seguono coscientemente, se ciò non è frutto di calcolo. Se è un bisogno personale la ricerca di una verità e di un senso, apprezzo sempre chi li intraprende.
Mi piacciono gli anticonformisti, chi è padrone delle proprie scelte, chi è disposto a rivedere la propria vita con luci nuove, sempre cercando, e mi interessa poco il punto di arrivo, trovo importante il cammino.
Continuo a trovare adorabile una frase di Muhammad Alì (un uomo che osserva il mondo a cinquant’anni allo stesso modo in cui lo ha fatto a venti, ha sprecato trent’anni della sua vita) e trovo ancora adorabile il testo di una canzone, di un anticonformista che sta seguendo una sua strada, quale che sia. A me basta che nel cammino l’abbia lasciata.

A tratti

(G.L.Ferretti)

A tratti percepisco tra indistinto brusio
Particolari in chiaro,
Di chiara luce splendidi,
Dettagli minimali in primo piano,
Più forti del dovuto e adesso so
Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Ma non va, non va, non va, non va…

Nell’occhio inconsapevole di un cucciolo animale,
Archivio vivente della Terra,
Un battito di ciglia sonnolente racchiude un’esistenza
Spazio determinato, costretto dilatabile
Spazio determinato, costretto dilatabile mi incanta…

Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è

In toghe svolazzanti e lunghe tonache,
divise d’ordinanza tute folgoranti,
in fogge sempre nuove innumerevoli colori,
in abiti eleganti con la camicia bianca, la cravatta blu

Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
Consumati gli anni miei,
vistosi movimenti sulla Terra,
grandiosi necessari, futili patetici

Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Ma non va, non va, non va…

Non fare di me un idolo mi brucerò,
se divento un megafono m’incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va,
non va, non va, non va, non va…
Sono un povero stupido so solo che
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Se tu pensi di fare di me un idolo
Lo brucerò,
Trasformami in megafono m’incepperò,
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va,
non va, non va, non va, non va…

C.S.I. – A tratti