No time, no space

Riemergo per un attimo, il tempo di ringraziare pubblicamente Progvolution per il premio Dardos che mi ha assegnato. Dato che non vinco mai nulla la cosa fa piacere. Grazie.
Per il resto in questo periodo ho avuto poco tempo, non solo da dedicare a questo spazio ma anche in generale, giusto quello che abbisogna per pararmi da qualche colpo che arriva dal fronte lavorativo, dove all’incertezza della continuità si è aggiunta la pesantezza della giornata. Insomma, o si lavora niente o si lavora troppo. Ma va bene, in tempi di crisi bisogna far buon viso a cattiva sorte, dicono, anche se non ne sono poi molto convinto. Ad ogni modo, a presto. Per il momento mi godo ancora un po’ di silenzio.
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Depeche Mode – Enjoy The Silence

Good news, bad news

Stamattina apro il giornale e cerco una buona notizia. Anche piccola, non fondamentale, mica qualcosa che indichi un cambiamento di rotta o di tendenza, ma che sia buona veramente. Una qualunque, ma che non derivi da una cattiva, come il fatto che dieci vigili a Parma verranno indagati per il pestaggio del ragazzo ghanese avvenuto questo settembre, o il fatto che un trapianto di midollo osseo pare abbia fatto scomparire i sintomi dell’Hiv di cui era affetto il trapiantato, oltre alla leucemia ovviamente (proprio un concentrato di sfiga) (qui). Questa sembra esserlo, e lo è sotto certi aspetti, ma deriva comunque da qualcosa di tragico e non è quello che cerco.
Leggo il giornale da cima a fondo e non trovo nulla, ma proprio nulla che possa essere indiscutibilmente una buona notizia. E’ un elenco interminabile di allarmi sociali, furbizie all’italiana, crolli economici e tentativi di salvataggio, episodi di cronaca nera, situazioni torbide, scandali e faccende inutili: a qualcuno frega che Angelina Jolie e Brad Pitt si incontravano mentre lui era ancora sposato con Jennifer Aniston?
Insomma niente di niente.
Trovo pure notizie inquietanti, come quella relativa a Buffon, il portiere della Juventus e della Nazionale. A quanto pare il Gigi qualche anno fa attraversò un periodo di depressione durato circa sei mesi (dilettante!), da cui si riebbe anche grazie all’aiuto di una psicologa. Ma poi il periodaccio è passato e lui ritorna quello di sempre (qui).
Ora, siccome da tempo le notizie le leggo solo più tra le righe (quello che c’è realmente scritto è solo inchiostro sprecato, vale molto più quello che avrebbero voluto scrivere), il messaggio è che in fondo pure uno ricco bello e famoso, nonostante abbia tutto e possa permettersi tutto, può andare in depressione. Ne deriva che te che non sei né ricco né bello né tanto meno famoso e hai tutti i sacrosanti motivi per andarci, in depressione, che ti preoccupi a fare? Tranquilli, se ne esce, magari non ti sposi la Seredova e non diventi campione del mondo, ma se ne esce.
Compito a casa.
Scrivere cento volte: non devo comprare più il giornale, non devo comprare più il giornale….

Salti temporali

Il tempo dicono sia galantuomo. Non lo so, ciò che è certo è che è impalpabile. Ovviamente siamo consci della sua esistenza, ma non ne abbiamo l’esatta percezione nel momento in cui scorre, e difficilmente ci fermiamo a riflettere sui cambiamenti. Questi, il più delle volte, sono costanti nella loro lentezza e vengono assimilati a poco a poco, senza che ce ne rendiamo realmente conto. Se per esempio ci addormentassimo una sera e al risveglio fossero passati una ventina di anni invece che le canoniche otto ore, credo che più di uno tra noi rimarrebbe quanto meno interdetto, se non impazzisse del tutto, nel constatare il mutamento che è avvenuto. Non solo guardandoci allo specchio, dove avremmo lo spettacolo triste di vederci nel migliore dei casi con qualche capello bianco in più e un po’ di rughe qua e là (a qualcuno senz’altro andrebbe molto peggio), ma anche nel ritrovare il mondo circostante apparentemente sempre lo stesso, ma con una miriade di particolari che la sera di venti anni prima non c’erano e che invece oggi fanno parte del vivere quotidiano, a cui ci siamo lentamente ma inesorabilmente assuefatti.

Penso a sciocchezze, come magari constatare come le auto che circolano oggigiorno siano tutte aumentate di volume (si spera anche in sicurezza), come se per ridurre la claustrofobica senzazione che si prova circolando per città sempre più caotiche, si fosse dilatato lo spazio immediatamente attorno a noi, e chi più riesce a rubarne, magari infilandosi in suv enormi e scomodi da usare in città, più denota arroganza se non distacco dal resto del mondo. La ricchezza vent’anni dopo, per quanto riguarda il settore automobilistico, non si misura più in cavalli motore ma in metri cubi che si spostano, e difatti i meno ricchi hanno auto di dimensioni contenute e i più poveri si schiacciano a vicenda in affollati mezzi pubblici, riducendo a zero la distanza tra gli uni e gli altri.
Ci stupiremmo forse nell’osservare come tutto sia diventato più veloce, disumanamente più veloce. Tra il pensare una cosa e l’attuarla ormai passa il tempo di qualche click, della tastiera di un computer o di un telefono cellulare o di qualsiasi altro aggeggio elettronico, che se da un lato hanno migliorato il modo di comunicare o di fare qualsiasi cosa, dall’altro hanno tolto piacere alla stessa, piacere che il più delle volte derivava dall’attesa intercorsa tra il pensare-desiderare una cosa, muoversi per attuarla, attenderne i risultati. Oggi con un qualsiasi computer e un veloce collegamento ad internet si può avere accesso a una miriadi di fonti diverse. Se vent’anni addietro si aveva piacere di ascoltare un disco che non si possedeva, bisognava attivarsi per cercarlo, comprandolo o facendoselo registrare sulle oggi defunte musicasette. Poteva passare anche qualche giorno nella ricerca e nell’attesa, e quando alla fine si arrivava ad ottenere quanto desiderato, era una soddisfazione certo maggiore rispetto ad adesso, dove basta possedere un programma per scaricare musica da internet, digitare quello che si cerca e in pochissimo tempo, pochi minuti, fruire della ricerca. “Comodo, ma come dire, poca soddisfazione” era una frase di un brano dei Csi che a mio avviso inquadra benissimo le situazione. Tanto per continuare nell’esempio possiamo dire che abbiamo accesso a tutta la musica che vogliamo, ma questa è sminuita nel suo valore aggiunto, dato dall’averla desiderata e successivamente conquistata.
Per non parlare poi del modo di comunicare e di interagire con gli altri. Sul lavoro l’utilizzo delle e-mail, o di skype, messanger etc, ha portato dei vantaggi notevoli, potendo dare e ricevere informazioni in tempo reale anche con l’altro capo del mondo, ma ha anche portato a un sovraccarico di lavoro, reso sempre più veloce, togliendo spesso spazio alle riflessione su quanto si sta facendo e dicendo.
Se venti anni fa ancora c’era che scriveva lettere per comunicare con qualcuno lontano (e in questo gesto era naturale l’attesa di una risposta che poteva arrivare settimane sucessive, ma proprio per questo più desiderata), oggi si può farlo in quasiasi momento e luogo, grazie agli sms o alle mail appunto. Col risultato di banalizzare sempre più il contenuto, di ragionare sempre più a caldo e di bruciare emozioni e sentimenti, di vivere sempre più nel presente, ma senza avere reale coscienza di ciò che significa. Abituati lentamente al “tutto e subito” abbiamo smarrito il senso del passato, ma quel che è peggio del futuro, che è diventato sempre più prossimo e difficile da inquadrare.

In campo politico poi in venti anni abbiamo assistito a una reazione difficilmente immaginabile. Partiti da un mondo diviso per ideologie e culture, lo ritroviamo oggi globalizzato e appiattito su un “modello di cultura affabile, avvolgente, consumista, indifferente alla rinuncia e all’altruismo, dominato dal vedere” come teorizza molto bene Raffaele Simone ne “Il Mostro Mite: perchè l’Occidente non va a sinistra” (ed. Garzanti). In buona parte del mondo occidentale governa una neodestra che ha reso vive le peggiori paure di Toqueville , quando diceva ne La Democrazia in America che “se il dispotismo venisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche dei nostri giorni(…) sarebbe più esteso e degraderebbe gli uomini senza tormentarli”. E ancora il filosofo francese: “Vedo una folla inumerevole di uomini simili e uguali che girano senza tregua su sè stessi per procurarsi piccoli piaceri volgari, con cui si appagano l’anima. Ciascuno di loro è come estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui l’intera specie umana; quanto al resto dei suoi concittadini li ha accanto ma non li vede”.
In questo quadro la sinistra è quasi completamente scomparsa, non riuscendo a capire, al contrario della controparte, quanto le stava avvenendo attorno, e a non saper porre rimedio alla fuga dalle sue file. Da un certo punto di vista questa fuga è anche comprensibile, in quanto è certo più semplice lasciarsi avvolgere dal finto benessere elargito dalle destre attuali che non sforzarsi di portare avanti ideali che richiedono rinunce e sacrificio. Se ci guardiamo indietro si può ora vedere bene come abbiamo goduto di anni di vacche grasse, anche se non lo sapevamo, che ci hanno portati a pensare che tutto era anche alla portata dei ceti più bassi. Nessuno ci aveva fatto vedere l’altro lato della medaglia, fatto delle solite cose, sopraffazione e soprusi, con l’aggravante di aver ceduto diritti e conquiste, di aver smarrito la propria identità e di non sapere più a cosa aspirare.
Per chi si svegliasse dopo un sonno di venti anni e fosse di sinistra, sarebbe certo un tragico risveglio. Aver sognato in questi anni di poter addomesticare il Mostro, come ha fato una certa sinistra, di renderlo controllato e controllabile non può non apparire come un errore madornale. Riprendere le fila di un discorso interrotto è difficile ma bisogna provarci, senza sprecarsi in direzioni inutili, senza sprecare energie in questioni di poco conto.
Il tempo è galantuomo, dicono. Chissà se ne è rimasto abbastanza.

Bastian contrario

Scusate ma siamo veramente al ridicolo. Ieri sono andate in onda su tutti i maggiori canali le dirette televisive sulle elezioni americane che manco quando le fanno in Italia. Ho intravisto (perchè non è che avessi tutta sta voglia di sentir parole) Veltroni passare da uno studio all’altro, manco fosse stato lui ad essere eletto, che se avesse dedicato tutte ste energie a fare una migliore opposizione in questi mesi, forse non ci ritroveremmo alla deriva democratica e istituzionale a cui stiamo assistendo. Non contento da bravo suddito organizza pure una festa per Obama (oggi a Roma, Piazza del Pantheon) che mi ricorda tanto le manifestazioni pro america dopo l’ undici settembre, e spedisce lettere sia al nuovo presidente che allo sconfitto McCain (qui).
Oggi è tutta una speranza, tutto un che bello Obama, che bravo Obama, Obama che rifiuta le lobby (bah, è finanziato dai soliti nomi oltre che da varie banche europee e da note case farmaceutiche – qui e qui-), Obama riscatto dei neri.
Come ho già detto ieri non vedo grossi cambiamenti dalla vittoria di Obama. La sua politica è la solita politica di un democratico americano, che per forza di cose deve essere progressista e riformatore (è il gioco delle parti), oltretutto avviene in un momento in cui gli Stati Uniti devono necessariamente cambiare atteggiamento, visto il fallimento della economia portata avanti dalla nuova destra di Bush che ha ridotto sul lastrico principalmente le classi più disagiate (per lo più nere e ispaniche). Continuare con una presidenza repubblicana avrebbe accentuato ancora di più le differenze di classe da quelle parti e per questo un presidente nero al momento è l’ideale per continuare ad agire senza pericoli di agitazioni sociali gravi (almeno per ora).
Anche il porre continuamente l’accento sul fatto che sia nero lo trovo ridicolo, specie in ambienti di sinistra dove il particolare non dovrebbe manco notarsi. Il fatto che si noti denota (appunto) che il razzismo allora è molto più radicato di quanto non si pensi, in tutti quanti noi, nessuno escluso. Personalmente non mi frega se è giallo o nero, mi interessa cosa dice in particolare per la politica estera, visto che non sono americano ma sono costretto a vivere in una cultura americana. E qui non dice niente di che, (le solite cose: ritiro qua ma graduale, rafforzo là, aiuto qui, occhio là), anzi ribadisce la supremazia americana in giro per il mondo, con l’aggravante che vuole coinvolgere maggiormente la Nato (e quindi l’Italia) negli interessi a suo dire globali, ma di fatto americani e legati alle solite logiche capitalistiche. E d’altronde lo ha ribadito nel suo primo discorso da presidente neo eletto:
“E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano”.
Insomma io mi auguro fortemente di essere smentito da questo nuovo imperatore, ma per il momento non ci credo, come non avrei creduto a quello che ha perso, come non credo a tutti gli imperatori. Di qualsiasi colore essi siano.
.
P.S.
Il video sotto è tratto da Brian di Nazareth dei Monty Python, che se non è il migliore film satirico su sinistra e imperialismo è di certo il più azzeccato.
Chi non lo ha mai visto corra ai ripari.

Brian di Nazareth – fronte popolare di giudea

Riflessioni ai margini dell’impero

Francamente se vince Obama non me ne frega niente.
Insomma, sta faccenda che noi provincialotti ai margini dell’impero si debba parteggiare per uno o per l’altro candidato alla presidenza americana mi sembra ridicola.
Che vinca uno o l’altro a noi che cambia?
Posto che se vince McCain a noi cambia il resto di nulla, se vince Obama forse, forse, riesce a migliorare una loro (e ripeto loro) situazione interna prossima al collasso. Ha promesso detassazioni per i redditi medio-bassi, aiuti a sostegno della scuola pubblica, una riforma sanitaria degna di questo nome, una riduzione dell’uso delle armi private e dell’uso della pena di morte. Buone cose certo, ma allora qua in Italia si sta da Dio, visto che queste cose già ce le siamo conquistate anni fa! E comunque c’entrano niente con noi.
In politica estera Obama è per il ritiro delle truppe in Iraq (bella forza, le stanno prendendo da sette anni, spendendo miliardate di dollari. Intanto le mani sul petrolio iracheno le hanno comunque allungate), per il rafforzamento dell’impegno in Afghanistan, per la difesa delll’indipendenza dei paesi ex-sovietici quali la Georgia o l’Ucraina coinvolgendo maggiormente i membri della Nato (quindi noi). E’, come tutti i presidenti americani, per una politica filoisraeliana.
Sul fronte energetico e ambientale cambia poco o nulla tra lui e McCain anzi, se del protocollo di Kioto nessuno fa parola, quest’ultimo almeno si impegna a ridurre le emissioni di Co2 entro il 2050.
Per piacere, adesso non mi tirate fuori la storia che è nero e la rivincita delle classi povere (ma dove?), e la vittoria della democrazia e bla bla e bla bla. Vero, è mulatto (padre nero e madre bianca) ma chissenefrega? Stiamo a guardare il colore della pelle o i pensieri che esprimono? Avesse proposto di ritirare tutte le basi americane nel mondo, di limitare le ingerenze americane nella politica dei paesi stranieri, di fermare ora e subito tutte le guerre che gli Usa stanno portando avanti, di smettere di considerare il mondo come “il cortile di casa”, allora sì, forse me ne fregherebbe qualcosa. Ma così è solo l’ennesimo cesare che sale al potere.
Io attendo fiducioso l’arrivo dei barbari.