Mut(o l)amento

Quando votai la prima volta tra le liste c’erano ancora Democrazia Proletaria e il Movimento Sociale-Destra Nazionale. Altri tempi, di pentapartiti e di socialisti ladri, di Milano da bere e pure da mangiare, ma pure tempi di Pci ancora ignaro di quanto stava per accadere e di Verdi e Radicali catalizzatori a sinistra di timidi tentativi di protesta per chi voleva politiche diverse, ma diverse come non è che si sapesse tanto bene. Qualcuno, non a sinistra, cominciava a votare una roba che si chiamava Lega Lombarda, che non si capiva bene cosa fosse e cosa volesse, qualcuno non l’ha capito ancora oggi e si stupisce, tutte le volte, che prendano voti, però era già lì, più di venti anni fa.

A pensarci era un altro mondo.
Il Muro, quello tedesco, era ancora in piedi, la cortina era sempre di ferro e non di latta, come si sarebbe appurato qualche anno dopo, e si viveva in bilico tra due giganti, un equilibrio precario che però reggeva, in un qualche suo modo. La rivoluzione non era più tanto alle porte, e in futuro non ci sarebbe più stata nemmeno come sensazione, però c’era una storia neanche tanto lontana a far da guida, si era tutto sommato compatti (anche senza socialcosi!) e il “sol dell’avvenire” non sembrava così precario, ma forse era solo una sensazione dovuta all’età, non saprei dire con certezza. Ah, dimenticavo, il Bandana c’era già anche lui, con pochi capelli e più magro, ma si accontentava di stare dietro le quinte a collezionare televisioni e aziende, oltre a fare il padrone del Milan. Antipatico lo era già, ma per altri motivi.
Poi, qualche anno dopo, cominciò una fase che dura ancora oggi e che vi risparmio, che tanto la conoscete già: sinistra disgregata, Bandana al potere, Lega a governare.
Sono cambiate tante cose, anche la protesta oggi prende altre forme. In passato il rifiuto di tutto quanto e l’astensione dal voto come scelta politica era tutto sommato la scelta di pochi, mentre oggi mi pare prenda sempre più piede e in maniera sempre più convinta. La nascita di soggetti nuovi tende sempre più a slegarsi da quella che era la visione politica di un tempo, dettata comunque da una ideologia, quale che fosse. Oggi vengono fuori robe come l’Italia dei Valori che non ho ancora capito di che cacchio parla (forse perchè io Di Pietro non lo capisco, inteso proprio quando apre bocca!), un partito di destra che però è alleato con la sinistra, per quanto a pensarci pure il Pd è un partito di (centro)sinistra che però a volte mi pare più a destra che a (centro)sinistra.

Viene pure fuori, ed è il dato interessante di oggi, un Movimento (a cinque stelle) nato da uno di quei socialcosi che al tempo del mio primo voto erano ancora nella fantasia di ricercatori e scrittori di fantascienza. Parto dell’impegno di un ex-comico ed ex-attore che è passato dallo sfasciare i computer nei suoi spettacoli perchè mezzo considerato diabolico, a capirne e sfruttarne il potenziale fino a diventare una icona del web. Oggi proprio la rete è al primo posto nel suo programma, dove trovi anche parecchia ecologia, tanto populismo, un pizzico di sinistra. Qualche vaffa assestato qua e là, il gemellaggio con Di Pietro e Travaglio icone anche loro della rete (e pure della sinistra! Mah! va a capire come va il mondo), il martellamento quotidiano via internet, dove è il sito più seguito, la nascita di centri di aggregazione in suo nome (i meetup) e di liste civiche che alla fine fanno il botto alle elezioni regionali, attirando scontenti di tutti i colori ma più che altro rosso sinistra, verde ecologista e popolo cosidetto viola (che non so a voi ma a me come colore sa di jella), nato su internet e slegato da partiti e ideologie fino a non molto tempo fa imperanti. Insomma, metodi nuovi per tempi nuovi, che fa apparire il tempo del mio primo voto e le sue dinamiche una cosa sorpassata, roba vecchia, preistoria.

Ecco, ovviamente se ci penso a me non sembra sia passato tutto ‘sto tempo da quel mio primo voto. Gli sviluppi li ho seguiti e li ricordo tutti, per cui mi sembra normale pensare a, che ne so, il Partito Democratico come evoluzione (meglio: involuzione) del Partito Comunista, lo stesso vale per Rifondazione, Pdci, Sinistra e Libertà, Sinistra Critica, Partito del Lavoratori e quanti cacchio ce ne sono ancora che ho perso il conto. Ho presente la storia che c’è dietro e questo non mi da la dimensione del tempo che è passato. Immagino però che a uno di venti-trent’anni, che al tempo del mio primo voto già tanto se era nato, la situazione attuale appaia vecchia, immutata, stantia, tanto più che oggi le cose sono decisamente più veloci. Il rapporto col tempo è cambiato, il mondo attorno a noi muta velocemente, almeno nelle forme, che nella sostanza nulla muta mai, per cui i sedici anni da che va avanti l’attuale film sono l’equivalente dei miei quaranta in cui governavano Andreotti e la DC. Capisco che ne abbiano le balle piene, così come le avevamo noi, e capisco anche come gli possa fregare poco di comunismo, lotte di classe e sinistra in genere. Roba dell’altro secolo, nel vero senso della parola.

A questo punto che dire. Un po’ mi viene da pensare ai cimiteri degli elefanti, in cui noialtri che ancora continuiamo a credere in una cosa che ha visto qualche vittoria e tante sconfitte lentamente ci avviamo, un po’ al fatto che la mia è senza dubbio la generazione più sfigata mai apparsa sulla faccia della terra, incastrata com’è tra le vecchie che non si levano dai coglioni e le nuove che già ci hanno preso il posto. In ritardo per il ’68, troppo piccoli per il ’77, in anticipo per ciò che è venuto dopo, una generazione nata analogica e dovuta per forza di cose diventare digitale, rimanendo però analogica nella mente. Siamo cresciuti in un mondo di certezze e punti fermi per ritrovarci a brancolare oggi in una realtà melliflua che fatichiamo a comprendere, costretti sempre ad inseguire, ad aggiornarsi, in un continuo mettersi in pari con i tempi che cambiano. Questo almeno è ciò che mi appare, politicamente parlando, e la sensazione dopo queste elezioni è di chi ancora una volta è stato tagliato fuori, forse in maniera definitiva, con l’unica soluzione per la mia generazione di dover accantonare ciò che si è creduto per trent’anni, di riallinearsi e dare atto del cambiamento avvenuto. Chi a sinistra vorrà continuare ad esistere politicamente dovrà per forze di cose virare il rosso col viola, e non è solo una questione cromatica.

Alla fine di tutte queste elucubrazioni mi viene in mente un brano, di quegli anni del mio primo voto, Cccp Fedeli alla Linea che cantavano “e poi mi vuoi fedele a te all’avanguardia alle novità / adorante il progresso le mode la modernità / mi sono sviluppato già abbastanza non ne posso più / mi sono sviluppato anche troppo anche di più“.
Ecco, per me stesso oggi, politicamente, è un po’ così. Avanti i prossimi.
Annunci

Tempi cupi

Viviamo tempi cupi. Sotto casa c’è una processione giornaliera di gente che rovista nei cassonetti dell’immondizia, alla ricerca di chissà che da rivendere, spero non da mangiare. A poca distanza lavavetri insistenti ricevono insulti e dinieghi e, stazionati davanti a un supermercato, due rivenditori di fazzoletti e paccottiglia aprono la porta a chi sta uscendo con le sporte della spesa. Educatamente salutano e attendono che gli lasci qualcosa, a volte va bene, a volte male.
Intanto gli annunci di lavoro sono sempre di meno e sempre più esigenti, manca poco che per un posto da facchino ti richiedano una laurea in Logistica dei Trasporti e rido amaro, quando in fase di colloquio leccapiedi incravattati mi glorificano la Ditta, manco fosse loro: pensare con la Ditta, ragionare per la Ditta, diventare parte integrante della Ditta, vivere la Ditta, cazzo: la Ditta!
E poi sentire frasi idiote tipo “perchè la crisi è un’opportunità!”, parole assurde come competitività e flessibilità, che in ultima analisi si traducono con mobilità e precarietà, e vedere i soliti noti cercare scappatoie per facili ricchezze svendendo quel poco di umano che ancora gli rimane. Viviamo tempi cupi e io provo distacco nel sentire i soliti discorsi di chi dovrebbe cercare di schiarirli, e sfiducia ormai in tutti coloro che hanno perso la strada anni fa e ancora faticano a ritrovarla, gente di sinistra che non sa più cos’è la sinistra.
Eppure sarebbe semplice, basterebbe guardare il fiume di merda che sta lentamente scorrendo a sommergere quella che per poco è stata una nazione e dire un no secco definitivo e duraturo, ergersi al di sopra di quella merda invece di restarne affascinati, elevarsi, e indicare la strada forte e chiaro. Invece no, garantisti, possibilisti, pronti al dialogo (con chi? perchè?), intrallazzati e preoccupati del poco come e forse più degli altri. Incapaci, alla fine, e a noi, che non abbiamo voce in capitolo, che sappiamo cosa vorremmo e a cosa aspiriamo, che pensiamo che in fondo basterebbe un niente, in tutto questo disastro tocca solo stare a guardare lo schifo che scorre. Come in riva a un fiume, ad aspettare che insieme al resto passi il cadavere del nemico.

Fuga per la sconfitta

L’altra sera da Fazio ho sentito l’ex segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti parlare di morte del comunismo, di fine della sinistra, di fallimento del centrosinistra incapace di essere riformatore, secondo il Fausto per colpa dell’area centrista che trattiene e non permette. Parole che se dette da noi, simpatizzanti delusi, richiamano amarezza e rassegnazione, perchè sono cose che si dicono da sempre nella base, ma dette da chi è stato uno dei responsabili di quel fallimento richiamano solo rabbia e ulteriore impotenza. Fa incazzare anche il richiamo tardivo ad una nuova unità della sinistra, seppure sia l’unica strada percorribile in questo momento per tentare di rilanciare una idea di sinistra in questo Paese.
Quello che ho visto l’altra sera è un uomo che si porta dietro il peso della sconfitta, causata dalla sua stessa impazienza nel perseguire un ideale forse, e che forse oggi si rende conto della scelleratezza di alcune scelte fatte. Penso a certe scissioni, a quel primo governo Prodi, fatto cadere per darlo in mano a quel furbetto di D’Alema e a una coalizione ancora più centrista. Oppure a certe dichiarazioni fatte dallo scranno di Presidente della Camera, con l’unico risultato di indebolire ulteriormente una coalizione che si reggeva con lo sputo. La sinistra in Italia ha cominciato a morire in quelle scelte, magari inappuntabili dal punto di vista della dottrina, ma che apparivano incomprensibili ai più, dando l’idea neanche tanto sbagliata di un movimento incapace di poter governare con raziocinio e persino di poter essere utile allo sviluppo del Paese. Che poi le colpe fossero altrove in quelle coalizioni, in chi di riforme non voleva sentir parlare, è cosa che ha interessato poco il grande elettorato, ma è certo che le uniche due occasioni sono state sprecate malamente e la colpa maggiore sta nel fatto di non aver compreso che forse non si sarebbero più ripetute.
A Fausto Bertinotti, in un’epoca in cui nessuno si fa veramente da parte, c’è però da riconoscere il merito di aver mollato con la politica attiva, come da promessa fatta prima delle sciagurate elezioni di due anni fa. Lo facessero anche altri personaggi di quella che oggi viene scambiata per sinistra non sarebbe un grave danno, anzi.

Vaccini e misteri

E così ora viene fuori che era un flop. La tanto temuta epidemia di Influenza H1N1 è venuta, se ne è andata e pochi se ne sono accorti, oltretutto senza bisogno di vaccinarsi come raccomandato dai governi di mezzo mondo. Solo qua da noi delle ventiquattro milioni di dosi acquistate alla modica cifra di 184 milioni di euro ne sono state utilizzate appena 865.000, una percentuale miserrima che apre una serie di domande.
E’ innegabile che il bombardamento mediatico c’è stato e non ha lesinato nei mezzi a disposizione: giornali e televisioni per mesi non hanno fatto altro che diffondere panico ingiustificato, quasi tutti senza stare tanto a chiedersi se effettivamente ci fossero reali pericoli, senza chiedersi se il vaccino preparato con tanta fretta fosse funzionale o meno. Questo in tutto il mondo occidentale, Polonia esclusa che rifiutò il vaccino senza ulteriori test sullo stesso.
Il dato che balza agli occhi qua da noi è che alla fine solo un 4% scarso di quanti erano vaccinabili si è effettivamente fatto pungere, credendo quindi a quanto gli veniva detto, il rimanente 96% non ci è cascato. Di questi una certa percentuale da subito era convinta della bufala suina, noi tra questi anche considerato altre pandemie ventilate e mai arrivate (mucca pazza, aviaria etc), ma gli altri? I casi sono due: o sono tutti comunisti che vedono cospirazioni dappertutto (cosa che non è), o gli italiani quando vengono toccati sul vivo sono meno fessi di quello che appare.
Qui nascono altre domande, tralasciando il perchè il Ministro della Salute non cambi mestiere avendo sperperato denaro pubblico in maniera così evidente; qua da noi non ci si dimette per cose ben più gravi, figurati solo per essere stato fatto fesso dalle case farmaceutiche, e poi il poverino non è che abbia grosse colpe: e se ci fosse effettivamente stata?
La vera domanda è quanto davvero contano i media. Proprio vero che lo strapotere berlusconiano in fatto di giornali e tv sia determinante?
Se è vero come si dice in ambienti di sinistra che gli italiani si sono bevuti il cervello seguendo i canali mediatici del Bandana, rinunciando alla propria capacità critica, avrebbero dovuto intasare gli ospedali e mettersi in fila a braccio scoperto in percentuale ben maggiore. Invece non è andata così, dando l’idea che a ciò che gli arriva attraverso i media gli italiani in fondo danno poco peso. E se danno poco peso ai media in una faccenda come la salute (che rimane pur sempre la prima cosa, almeno da noi), è credibile che gli diano peso nella politica, di cui è notoria la scarsa fiducia che l’italiano ripone in essa?
Non è quindi che gli italiani non votano a sinistra perchè è una roba come il vaccino della H1N1, che non si sà che cavolo sia e che effetti può fare?
Forse sarebbe ora che la sinistra italiana tutta sveli questo mistero, su cosa sia e che effetto può fare. Magari anche a se stessa.

Quando Marx bussa alle porte

In questo megapaesone che è Torino il campanello di casa non suona mai inaspettato, quando lo fa è perchè sai già che suonerà. Qui non è come al paesello di mille anime da cui manchi da troppi anni, e nemmeno come il paese di diecimila persone dove hai trascorso gran parte dell’esistenza. In quei posti può anche succedere che un amico inaspettato passando sotto casa tua ti faccia uno squillo per fare due ciance, solo, e per scroccarti un caffè. Qui no, nel paesone di un milione di abitanti nessun campanello suona mai per caso. Quando lo fa ti stupisci e associ il suono inaspettato a una invariabile scocciatura da scrollarsi al più presto. Può essere magari un vicino che conosci solo di vista, che saluti educatamente quando lo incroci sulle scale, ma di cui fatichi a ricordare il nome e il piano in cui abita, ma è raro che un vicino suoni alla tua porta, più probabile che sia, dato che è sabato e oltre alla mia porta ha suonato pure a quella a fianco, il testimone di Geova vestito come in un film americano anni ’70, camicia bianca con maniche arrotolate e cravatta scura, occhiali spessi e aria da avvocato di quarta serie, oppure il ragazzotto impettito che tiene all’igiene del tuo appartamento e vuole a tutti i costi rifilarti un aspirapolvere affinchè tu riesca a tenere tutto bello igienizzato lo spazio in cui vivi.
E’ chiedendomi chi dei due devo mandare a cagare che mi appresto ad aprire la porta, quando da fuori mi arriva il suono di parole che dicono “lotta comunista signora, il giornale di lotta comunista“, indirizzato alla mia vicina ultraottantenne che a quanto pare è più svelta di me in faccende di porte e di campanelli. Ovviamente la vicina lancia dalla porta chiusa un educato “no, grazie“, probabilmente accompagnato da un segno della croce (ma questa è una mia supposizione), nel frattempo io ho aperto non credendo alle mie orecchie: “ma allora ci siete ancora” dico mentre l’uomo dall’aria brizzolata mi allunga una copia del loro giornale e si affretta a chiamarmi “compagno” : “certo che sì, siamo ancora qua. Se puoi fare una offerta per la causa….”.
Prendo il giornale e lascio l’obolo, ancora incredulo e gli chiedo a quale gruppo appartengono. Nella risposta, generica e affrettata, come di un venditore che trova un raro cliente e deve affrettarsi a portarlo dalla sua, sento parole come “borghesia“, “classe operaia“, “lotta di classe“.
Incredibile. Un balzo indietro di venti anni almeno, e tra l’altro credo che l’uomo brizzolato venti anni fa facesse la stessa cosa, distribuire volantini, fuori dalla facoltà di lettere a Palazzo Nuovo.
E penso, poi, a come mi suonano strane quelle parole oggi, dove tutto è confuso e fatichi a distinguere nella massa dove sono le classi che dovrebbero fare la lotta, e pure dove sono le classi a cui fare la lotta. Una ricetta vecchia per un problema sempre attuale, o invece i problemi oggi sono nuovi e diversi e attaccarsi a Marx e Lenin è un po’ come curare ancora con i salassi? E quella mia voglia di nuovo, di diverso, che non rinneghi nulla ma che guardi oltre?
Va beh, non ho voglia di rispondermi. Per il momento mi godo il suono di quelle parole pronunciate per strada e casa per casa, come una volta.

Ne resterà solo uno!

Prosegue la ricerca a sinistra del Comunista Che più Comunista non si Può (cccp). Al concorso, cominciato nell’ ormai lontano 1991 con lo scioglimento del vecchio Partito Comunista Italiano, partecipano tutte quelle componenti che ad esso bene o male si richiamano e si ispirano, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al Comunista Unico.

Le regole del gioco sono semplici: si prende un partito comunista, si designa un leader e lo si lascia giocare per un po’ di tempo, dopodichè lo si divide in due (il partito, non il leader), con l’obiettivo di arrivare prima o poi ad averne uno, sia di leader che di partito, capace di riunirli tutti, sempre che nel frattempo sia rimasto qualcosa da riunire. Ad oggi, dopo 18 anni di gare, i risultati sono senza dubbio apprezzabili e si è a buon punto nella prima fase di frantumazione, si contano infatti più formazioni di sinistra e relativi leader che squadre di calcio in serie A!
A proporsi per ultimo, dopo aver pronunciato la frase di rito che dà il diritto a concorrere, “fondo un nuovo partito che unisca la sinistra italiana”, è l’ex Pdci Marco Rizzo, con il movimento Comunisti-Sinistra Popolare.
Al nuovo concorrente va il nostro più sincero in bocca al lupo.
.

Antropologicamente diversi

“Vergogna, non avete nobilità d’animo, non sapete cos’è la libertà, non sapete cos’è la democrazia. Restate dei poveri comunisti”.
Queste le parole del Bandana rivolte a quanti lo hanno contestato in un comizio in quel di Cinisello Balsamo (qui il video). Parole dette da uno che colleziona ragazze ben più giovani di lui come fossero figurine e che non si fa scrupolo a corrompere avvocati per il proprio interesse, tanto per fare un paio di esempi, denotano certo una “nobilità d’animo” eccezionale, come pure di sapere bene cosa sia la “libertà”, tanto da pensare che tutti gli altri, magistrati e giornali in primis, ne abbiano troppa, e si sà il troppo fa male, per cui bisogna levargliene un po’ con leggi ad hoc.

Nobile da parte sua anche il fatto che appena tornato al potere decidesse che la legge sarebbe stata uguale per tutti tranne che per lui e altri tre tirati in ballo proprio per non far vedere che si stava esagerando, come nobilissima anche la legge elettorale con cui siamo costretti a votare, vero esempio di democrazia, dove il popolo non può far nient’altro che sottoscrivere scelte operate dalle segreterie di partito.

Su un fatto siamo d’accordo, quando dice che “siamo antropologicamente diversi”.

Infatti, non c’è proprio paragone.