La chiameremo Pippo

Io la burocrazia la odio, l’ho già detto, e la odio perchè in quanto cittadino di un Paese che si definisce democratico la subisco, limitandomi in quella che ritengo una mia libertà di fare quello che voglio quando lo voglio. Ma siamo in democrazia, lasciamo stare che bisognerebbe più realisticamente parlare di dittatura democratica, e prendiamo per buono che ci siamo in una democrazia, ebbene questa ha delle norme e delle regole che in teoria debbono perseguire un fine collettivo in maniera imparziale e impersonale. L’impianto democratico non può dunque fare a meno di una certa dose di burocrazia, anzi questa è essenziale per il normale funzionamento delle istituzioni, per cui io, pur odiandola, non mi lamento se pagando una multa in ritardo sulla scadenza sono costretto a pagare anche la mora conseguente al ritardo stesso. Nel caso della multa una serie di regole ne determina la tempistica, queste regole sono segnalate al cittadino ma anche non lo fossero mi pare che la Legge non ammetta ignoranza (sempre se è ancora così, che qua le cose cambiano talmente in fretta), per cui se la pago in ritardo conosco le conseguenze e devo volente o nolente accettarle.

Lo stesso elemento burocratico si ritrova in tutte le faccende della vita pubblica, quindi anche e soprattutto per questioni come presentazioni di liste elettorali in caso di elezioni imminenti: ci sono delle regole, ci sono delle scadenze e ci sono delle conseguenze se si viene meno alle stesse. In questo caso la conseguenza è l’esclusione dalla tornata elettorale, ovviamente.
Non entro nel merito di quel pasticcio romano, di chi è la colpa e del perchè non ci si assuma la responsabilità di una mancanza (siamo in Italia, popolo di bambini: nessuno ha colpa, è sempre degli altri e quando non ci si mette d’accordo si piange rivolgendosi al papà, in questo caso il Presidente della Repubblica), qualcuno deciderà in merito e stabilirà se c’è stato un impedimento fisico come dichiarato dai pidiellini. Dovrà farlo, spero, in base a quelle norme e quelle regole accettate da tutti.
Comunque sia al di là di come sia effettivamente andata e finisca come finisca (impensabile che anche in caso di colpe proprie del pdl non vengano riammesse: siamo in Italia etc etc), i dati da rilevare sono che il livello di incompetenza di chi è nelle segreterie di partito è salito a dismisura, tanto da portare a errori grossolani in questioni davvero semplici, come ad esempio presentarsi in tempo utile e non all’ultmo minuto, e varrebbe la pena per i loro elettori di chiedersi se è proprio il caso di affidarsi a gente del genere (per la verità il discorso può valere anche per l’altro schieramento, motivi se ne possono trovare anche in loro).
Altro dato è che, sempre nel caso non ancora appurato di colpa esclusiva da parte di chi doveva presentare le liste, il rispetto delle regole, già parecchio minato proprio da chi dovrebbe garantirle, diventerebbe in caso di deroga e accettazione delle liste fuori tempo massimo, una semplice opzione e non un dato di fatto, questo specie se verrà compiuto qualche passo in sede legislativa, anche se appare difficile, per permettere al Pld di essere comunque rappresentato.
In ogni caso diventerebbe evidentemente inutile continuare a parlare ancora di democrazia in questo Paese e bisognerebbe trovare un altro termine per definire questa repubblica di pagliacci.
Chiamiamola Pippo. Se è vero che anche nelle istituzioni la forma non deve prevalere sulla sostanza, come dichiarato da Schifani anche se qui si tratta di questioni sostanziali e non formali, un nome vale l’altro, quindi perchè no?
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Di palo in frasca

Un paio di settimane fa parlavo di fumetti e di collezionisti, evidentemente è periodo visto che è stato battuto l’altro giorno il record mondiale per l’acquisto di un singolo numero, il nr 27 della collana americana Detective Comics del maggio 1939 contenente la prima apparizione di Batman, frutto della fantasia di Bob Kane e Bill Finger. Un milione e settantacinquemila dollari la cifra sborsata, che supera il milione pagato tre giorni prima per il numero 1 di Action Comics del giugno 1938 contenente la prima storia di Superman degli autori Jerry Siegel e Joe Shuster, e surclassa il precedente record appartenente sempre alla prima storia dell’Uomo d’Acciao ma pagato “appena” 317.000 dollari.
Chi siano gli acquirenti non è dato sapere, visto che sono protetti dall’ anonimato come i venditori del resto, ma è certo gente che non ha bisogno di soldi data la natura dell’acquisto, comunque sempre lontana dai 74,2 milioni di euro pagati a inizio di febbraio per una scultura di Giacometti, L’Uomo che Cammina, che è oggi l’opera d’arte più pagata al mondo.
Chi lo sa, magari è stato Nicholas Cage che si è riavuto dai recenti disastri finanziari (pare che non navigasse in buone acque) e ha ripreso a collezionare fumetti dopo che nel 2002 era stato costretto a disfarsene per raggranellare la modica cifra di 1,6 milioni di dollari. O forse è qualcuno tipo Samuel L. Jackson in Unbreakable, che non era malaccio come fumettone cinematografico. Più probabilmente non lo sapremo mai, come non sapremo mai i pensieri di chi ha compiuto gli acquisti, e questo un po’ mi spiace.
Ora, c’è da dire una cosa, conosco cosa si prova ad avere in mano un numero raro. Per esempio un numero di Tex originale spillato non censurato e chi più ne ha più ne metta è diverso in tutti i sensi dalle ristampe successive, diversa la carta, diverso il formato, leggermente più grande, diverso l’odore e il peso. Averlo tra le dita provoca una strana sensazione, un misto di fanciullesca gioia e di soddisfazione egoistica, senza contare la sensazione tattile del solo toccare l’oggetto. Ma parliamo comunque di un fumetto che al massimo raggiunge la quotazione di qualche centinaio di euro, magari pure poche migliaia, e anche se la preoccupazione nel maneggiarlo è comunque alta non impedisce, con le dovute accortezze, di leggerlo e di visionarlo quanto si vuole.
Ma di una roba che hai pagato un milione di dollari, che cacchio te ne fai?
Impensabile mettersi a leggerlo come potremmo fare noi con qualsiasi altro giornaletto: rischi che ti si sgretoli tra le mani, che l’acido della pelle rovini la carta, che l’aria stessa la rovini e quindi, magari dopo una rapida occhiata al tutto, sei obbligato a sigillarlo e a tenerlo sotto teca, se non in cassaforte. Oltretutto, vista la cifra sborsata, non puoi manco vantarti apertamente di possederlo, altrimenti non si capisce l’anonimato della transazione. Insomma qua diventa davvero materia per psicologi e analisti.
Certo ci sono problemi più gravi, direte voi, ma a pensarci bene uno che sborsa milioni per accaparrarsi un fumetto non è molto diverso da chi si accaparra altre cose. Metti che invece di trovare godimento dal possesso di un giornaletto uno lo trovi nel possedere libri, o dischi, o video, o telefonini, o case, o case editrici, o televisioni, o catene di negozi, o banche, o istituti di credito, o semplice potere, o persino persone, o tutte queste cose messe assieme: non cambia poi molto, alla fine è solo senso del possesso, che fù certo prealessandrino ma che continua tuttora, in chiunque. E se sei legato a tutte queste cose, materiali, tanto da diventare poi quelle cose, perchè senza quelle non vivi bene, che razza di valore puoi mai dare alle persone in se stesse, se alla fine diventiamo ciò che possediamo? Che evoluzione ci può essere e che speranza in un uomo nuovo, se prima non ci si libera del desiderio di possedere sempre più beni e sempre più cose?
Uhmm…. devo smetterla di scrivere per associazioni di idee: tu guarda dove si arriva da un semplice fumetto. E poi dicono che non insegnano nulla.

Tempi cupi

Viviamo tempi cupi. Sotto casa c’è una processione giornaliera di gente che rovista nei cassonetti dell’immondizia, alla ricerca di chissà che da rivendere, spero non da mangiare. A poca distanza lavavetri insistenti ricevono insulti e dinieghi e, stazionati davanti a un supermercato, due rivenditori di fazzoletti e paccottiglia aprono la porta a chi sta uscendo con le sporte della spesa. Educatamente salutano e attendono che gli lasci qualcosa, a volte va bene, a volte male.
Intanto gli annunci di lavoro sono sempre di meno e sempre più esigenti, manca poco che per un posto da facchino ti richiedano una laurea in Logistica dei Trasporti e rido amaro, quando in fase di colloquio leccapiedi incravattati mi glorificano la Ditta, manco fosse loro: pensare con la Ditta, ragionare per la Ditta, diventare parte integrante della Ditta, vivere la Ditta, cazzo: la Ditta!
E poi sentire frasi idiote tipo “perchè la crisi è un’opportunità!”, parole assurde come competitività e flessibilità, che in ultima analisi si traducono con mobilità e precarietà, e vedere i soliti noti cercare scappatoie per facili ricchezze svendendo quel poco di umano che ancora gli rimane. Viviamo tempi cupi e io provo distacco nel sentire i soliti discorsi di chi dovrebbe cercare di schiarirli, e sfiducia ormai in tutti coloro che hanno perso la strada anni fa e ancora faticano a ritrovarla, gente di sinistra che non sa più cos’è la sinistra.
Eppure sarebbe semplice, basterebbe guardare il fiume di merda che sta lentamente scorrendo a sommergere quella che per poco è stata una nazione e dire un no secco definitivo e duraturo, ergersi al di sopra di quella merda invece di restarne affascinati, elevarsi, e indicare la strada forte e chiaro. Invece no, garantisti, possibilisti, pronti al dialogo (con chi? perchè?), intrallazzati e preoccupati del poco come e forse più degli altri. Incapaci, alla fine, e a noi, che non abbiamo voce in capitolo, che sappiamo cosa vorremmo e a cosa aspiriamo, che pensiamo che in fondo basterebbe un niente, in tutto questo disastro tocca solo stare a guardare lo schifo che scorre. Come in riva a un fiume, ad aspettare che insieme al resto passi il cadavere del nemico.

Piccoli cloni crescono

Uno sente ‘sta roba alla radio e dice “Toh, è tornato Prince!”.
Invece no, scopri che sono gli Ok Go.
Che dire, preferivo Prince.

Smog on the water

Da qualche parte ho letto che l’uomo si nutre di tre cose: cibo, aria e impressioni (qui un accenno). Beh, oggi come oggi siamo messi davvero male.
Il cibo è quello che è, non so voi ma ormai per risentire il sapore di un frutto o di un qualsiasi altro alimento devo fare uno sforzo di memoria e andare a pescare molto indietro negli anni, e non è raro stupirsi quando si mangia qualcosa che corrisponde realmente al gusto che ci si aspetta. Certo noi abbiamo preso delle abitudini completamente sbagliate, non sappiamo più abbinare un prodotto alla relativa stagione (qui e qui), abituati come siamo a vederli in bella mostra al supermercato in ogni periodo dell’anno, per cui ci stupiamo se i pomodori comprati in inverno sanno di nulla e hanno la consistenza di palline da tennis, però chissà perchè anche in estate spesso non è che siano granchè gustosi.
Per quello che riguarda l’aria siamo messi anche peggio, almeno qui in città. Respiriamo merda dalla mattina alla sera, causa le emissioni dovute sia all’elevato traffico di auto che agli scarichi dei camini, e la situazione è diventata talmente pesante che la scorsa domenica si è dovuto vietare tutto il traffico nell’intera città. Mi pare sia servito a poco.
Sull’ultimo aspetto del nutrimento umano, le impressioni, cioè i pensieri le emozioni e i sentimenti, stendiamo un velo pietoso, almeno in questo periodo. Dall’esterno arrivano quasi solo cattive notizie ed è davvero difficile mantenersi immuni alla marea di impressioni negative che ci si riversano addosso, basta sfogliare un qualsiasi giornale per rendersene conto. La soluzione starebbe nel fatto di isolarsi e lasciar filtrare solo quello che non ci può nuocere, ma è piuttosto complicato non reagire emotivamente a cose come (scelgo fra i tanti argomenti) la cessione ai privati dell’acqua pubblica. Insomma dopo averci levato l’aria tocca all’acqua, dopodichè davvero non vedo cosa rimanga.
Insomma, c’è di che pensare.

Ammirazione e stupore

Foto di Steve McCurry

Andare a una mostra per me è come vedere un film o leggere un libro. Difficilmente mi informo prima su quello che sto per vedere o leggere, mi accontento di avere una idea di massima e di presumere che quello che andrò a seguire potrà piacermi, dopodichè lascio all’opera stessa guidarmi nelle impressioni finali. Non cerco prima le informazioni perchè credo che una mostra venga allestita per trasmettere qualcosa allo spettatore, proprio come un film o un libro, per guidarlo in qualche modo e lasciargli alla fine “qualcosa”, una impressione, un arricchimento, un moto d’animo. Immagino sia questo il motivo per cui le mostre vengono allestite e per cui richiedono un curatore che dia la propria impronta all’esposizione secondo la sua idea, che poi è quella in teoria che si vorrebbe trasmettere. Le critiche e le recensioni dunque le leggo a posteriori, dopo essermi fatto un giudizio personale su quello che ho visto.
Della mostra su Edward Hopper a Palazzo Reale di Milano non dico niente, se non che è un peccato dover guardare le sue opere in spazi troppo piccoli per godere della profondità che i suoi quadri più famosi trasmettono. C’era tanta gente in quelle sale e, almeno a me, questo toglie il gusto della visione, comunque sia bene o male si seguiva una certa logica nei passaggi del cammino artistico del pittore americano, e a parte qualche salto non proprio comprensibile, mi sembra che l’intera esposizione non avesse particolari pretese oltre al dare la possibilità di ammirare le opere esposte (splendidi gli acquerelli) e far immergere lo spettatore nel mondo hopperiano (incompleto, perchè mancavano gran parte dei quadri più famosi, ma va bene anche così). Se qualche pretesa l’aveva era lasciata allo spettatore la possibilità di cercarla o meno, senza per questo perdere nulla della visita.
L’altra esposizione, molto più bella, delle fotografie di
Steve McCurry, qualche pretesa in più l’aveva, come abbiamo scoperto a posteriori.
Esposte in un’ala del Palazzo della Ragione, che uno si chiede se si chiami così perchè a Milano stanno cercando una ragione per restaurarla che mi pare caschi un po’ a pezzi (no, non è quello
il motivo), le 240 immagini del fotografo americano sono sospese tra il pavimento e una serie di strutture in legno (a cui non si da molto peso) a riempire l’intera sala, in un ordine difficilmente comprensibile a prima vista (ma pure a seconda e terza vista, dico io), con differenti angoli di esposizione che costringono lo spettatore a vagare senza un nesso logico tra le varie fotografie, passando da un ritratto a una scena di guerra a un paesaggio, senza possibilità di seguire uno schema qualsiasi, temporale o tematico che sia. Insomma una esplosione di immagini che arrivano da tutte le parti, illuminate magnificamente (questo devo riconoscerlo), ma che mettono confusione per quanto siano tutte bellissime.
Sui tralicci da cui pendono le foto si leggono a fatica, perchè non proprio visibilissime data la quantità di elementi presenti, delle scritte tematiche, da cui si desume che un senso logico tutto quanto ce l’abbia, capire quale sia però è complicatissimo per la difficoltà materiale, dato il notevole afflusso di persone, di seguire le immagini secondo i raggruppamenti indicati. Al termine della visita, caotica anche per la quantità di gente che affolla la piccola sala, rimane il dubbio di aver saltato qualcosa, di non aver visto tutto, nonostante frequentemente si ritorni sui propri passi a rivedere. Insomma, bellissime le foto, bellissime le luci, ma dell’allestimento non ci si capisce niente.
Lì per lì pensi che avendo a disposizione una sala microbica per la quantità di materiale da esporre, si sia optato per i pannelli “volanti” in maniera da non soffocare ulteriormente l’ambiente con pareti e divisori che avrebbero reso claustrofobiche anche le immagini, nella speranza che qualcuno riuscisse comunque a seguire i temi trattati e a trovare da sè una consequenzialità. Una scelta dettata dalla contingenza e, in questo caso, risolta brillantemente (nei limiti della condizioni), ma pur sempre una scelta obbligata.
Scopri invece leggendo le parole della curatrice Tanja Solci e dell’allestitore Peter Bottazzi, intanto che le immagini erano suddivise in sei categorie, e che l’intento era di far immergere lo spettatore nel mondo di McCurry senza dargli connotazioni spazio-temporali in una specie di viaggio nella sua memoria e nel suo mondo. Per fare questo si è dovuto eliminare le pareti perchè “mai avremmo potuto relegare le immagini alle pareti come compassate signorine disposte sul perimetro della sala, in attesa di un invito alle danze”, e che “le immagini sono sospese da terra perchè frutti dell’uomo, alberi dai molti frutti che rappresentano l’uomo e del suo lavoro, il suo essere divino“, nientemeno.
Sarà, ma a me sembra un po’ come quando cucini senza avere a disposizione gli ingredienti giusti, ti ingegni e ti viene fuori una roba comunque commestibile e alla fine, nel presentarla ai tuoi commensali, dici a tutti che la volevi proprio così. Qualcuno che ti fa i complimenti lo trovi sempre.

Ripensamenti

Stavo scrivendo un post sul secondo nano della Repubblica, quello che ogni volta che ha bisogno di visibilità spara qualche cazzata in ordine sparso. Siccome ieri è stata lanciata la proposta per candidarlo a Sindaco di Venezia oggi con tempismo degno del miglior venditore (di aria fritta) affronta di nuovo la spinosa questione dei bamboccioni, i figli che seppur adulti non vanno via di casa, la cui perdurante dimora nella residenza dei genitori turba i sonni del nostro basso Ministro per la Pubblica Amministrazione. Tra l’altro, nel malaugurato caso fosse eletto sindaco, metterà i tornelli per l’acqua alta? Dirà che i turisti che intasano il capoluogo veneto sono tutti fannulloni? Mah…
Come da Manuale del Perfetto Populista su cui i pidiellini basano tutte le loro esternazioni, manuale redatto con le impressioni raccolte nei bar e dal barbiere, dice nella scempiaggine anche cose di buon senso oltre che completamente inutili, nel senso che se uno a trenta e pussa anni è ancora a casa da mammà è ovvio che la colpa non è sua ma di un intero sistema, quello italiano, che non permette ai più giovani di guadagnare abbastanza da potersi mantenere in maniera autonoma. A dire il vero non lo permette manco ai meno giovani, perlomeno a quelli che fanno un lavoro da dipendente e portano a casa sui mille euro al mese quando va bene, ma questo è un altro discorso.
Ci stavo scrivendo un post dicevo, salvo rendermi conto dell’inutilità dello stesso, utile solo ad aggiungere aria fritta a quella che c’è già, e lo stesso dicasi per eventuali post sul processo breve o su altre minchiate governative. Meglio sarebbe stato occuparsi delle centinaia di persone che in questo momento occupano i tetti dei propri luoghi di lavoro, e invidiarli un poco, perchè sono in tanti e sono uniti, mentre da queste parti ci si rende conto di essere da soli e senza tetti da occupare, non più bamboccione ma con problematiche simili, seppure non è dalla mamma che si dimora. Nel mentre arriva quel pensiero, di religiosa memoria, che recita “aiutati che il ciel t’aiuta” che sempre più spesso si presenta, e mi rendo conto che ho altri annunci di lavoro da spulciare, altri curriculum da inviare, altro materiale da mettere in vendita su piattaforme d’aste on line, altro materiale da acquistare. E poi, terminata la parte diciamo pratica, materiale da scrivere, quel racconto da terminare, progetti da curare, contatti da cercare e nel mezzo mantenersi attivi, di mente soprattutto e non lasciarsi andare. Lottare, alla fine, come tanti, senza tetti da occupare. E di tutto il resto, davvero, mi importa una sega.