Ammirazione e stupore

Foto di Steve McCurry
Andare a una mostra per me è come vedere un film o leggere un libro. Difficilmente mi informo prima su quello che sto per vedere o leggere, mi accontento di avere una idea di massima e di presumere che quello che andrò a seguire potrà piacermi, dopodichè lascio all’opera stessa guidarmi nelle impressioni finali. Non cerco prima le informazioni perchè credo che una mostra venga allestita per trasmettere qualcosa allo spettatore, proprio come un film o un libro, per guidarlo in qualche modo e lasciargli alla fine “qualcosa”, una impressione, un arricchimento, un moto d’animo. Immagino sia questo il motivo per cui le mostre vengono allestite e per cui richiedono un curatore che dia la propria impronta all’esposizione secondo la sua idea, che poi è quella in teoria che si vorrebbe trasmettere. Le critiche e le recensioni dunque le leggo a posteriori, dopo essermi fatto un giudizio personale su quello che ho visto.
Della mostra su Edward Hopper a Palazzo Reale di Milano non dico niente, se non che è un peccato dover guardare le sue opere in spazi troppo piccoli per godere della profondità che i suoi quadri più famosi trasmettono. C’era tanta gente in quelle sale e, almeno a me, questo toglie il gusto della visione, comunque sia bene o male si seguiva una certa logica nei passaggi del cammino artistico del pittore americano, e a parte qualche salto non proprio comprensibile, mi sembra che l’intera esposizione non avesse particolari pretese oltre al dare la possibilità di ammirare le opere esposte (splendidi gli acquerelli) e far immergere lo spettatore nel mondo hopperiano (incompleto, perchè mancavano gran parte dei quadri più famosi, ma va bene anche così). Se qualche pretesa l’aveva era lasciata allo spettatore la possibilità di cercarla o meno, senza per questo perdere nulla della visita.
L’altra esposizione, molto più bella, delle fotografie di
Steve McCurry, qualche pretesa in più l’aveva, come abbiamo scoperto a posteriori.
Esposte in un’ala del Palazzo della Ragione, che uno si chiede se si chiami così perchè a Milano stanno cercando una ragione per restaurarla che mi pare caschi un po’ a pezzi (no, non è quello
il motivo), le 240 immagini del fotografo americano sono sospese tra il pavimento e una serie di strutture in legno (a cui non si da molto peso) a riempire l’intera sala, in un ordine difficilmente comprensibile a prima vista (ma pure a seconda e terza vista, dico io), con differenti angoli di esposizione che costringono lo spettatore a vagare senza un nesso logico tra le varie fotografie, passando da un ritratto a una scena di guerra a un paesaggio, senza possibilità di seguire uno schema qualsiasi, temporale o tematico che sia. Insomma una esplosione di immagini che arrivano da tutte le parti, illuminate magnificamente (questo devo riconoscerlo), ma che mettono confusione per quanto siano tutte bellissime.
Sui tralicci da cui pendono le foto si leggono a fatica, perchè non proprio visibilissime data la quantità di elementi presenti, delle scritte tematiche, da cui si desume che un senso logico tutto quanto ce l’abbia, capire quale sia però è complicatissimo per la difficoltà materiale, dato il notevole afflusso di persone, di seguire le immagini secondo i raggruppamenti indicati. Al termine della visita, caotica anche per la quantità di gente che affolla la piccola sala, rimane il dubbio di aver saltato qualcosa, di non aver visto tutto, nonostante frequentemente si ritorni sui propri passi a rivedere. Insomma, bellissime le foto, bellissime le luci, ma dell’allestimento non ci si capisce niente.
Lì per lì pensi che avendo a disposizione una sala microbica per la quantità di materiale da esporre, si sia optato per i pannelli “volanti” in maniera da non soffocare ulteriormente l’ambiente con pareti e divisori che avrebbero reso claustrofobiche anche le immagini, nella speranza che qualcuno riuscisse comunque a seguire i temi trattati e a trovare da sè una consequenzialità. Una scelta dettata dalla contingenza e, in questo caso, risolta brillantemente (nei limiti della condizioni), ma pur sempre una scelta obbligata.
Scopri invece leggendo le parole della curatrice Tanja Solci e dell’allestitore Peter Bottazzi, intanto che le immagini erano suddivise in sei categorie, e che l’intento era di far immergere lo spettatore nel mondo di McCurry senza dargli connotazioni spazio-temporali in una specie di viaggio nella sua memoria e nel suo mondo. Per fare questo si è dovuto eliminare le pareti perchè “mai avremmo potuto relegare le immagini alle pareti come compassate signorine disposte sul perimetro della sala, in attesa di un invito alle danze”, e che “le immagini sono sospese da terra perchè frutti dell’uomo, alberi dai molti frutti che rappresentano l’uomo e del suo lavoro, il suo essere divino“, nientemeno.
Sarà, ma a me sembra un po’ come quando cucini senza avere a disposizione gli ingredienti giusti, ti ingegni e ti viene fuori una roba comunque commestibile e alla fine, nel presentarla ai tuoi commensali, dici a tutti che la volevi proprio così. Qualcuno che ti fa i complimenti lo trovi sempre.
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: