Di recensioni

Ci sono due cose, parlando di cinema, per me completamente inutili: la classifica dei più visti nelle sale e le recensioni dei film.
La prima è quella cosa che ti spinge ad andare a vedere un film anche per il fatto che ci siano andati altre vagonate di persone. Questo non vuol dire che il film sia bello, magari sì ma magari anche no, tu hai un gusto tuo e magari Parnassus lo hanno visto milioni di persone a cui ha decisamente fatto cagare, mentre a te non è detto che non piaccia visto che adori Terry Gilliam e finora non ti ha mai deluso, o magari fa cagare anche a te (non l’ho ancora visto, magari vi dirò!) e allora il successo al botteghino vuol solo dire che era una cagata di successo, cosa che tra l’altro hai pensato di The Millionaire lo scorso anno, quando a tre quarti di film mi sono chiesto quali oscuri criteri avessero spinto i giurati del premio Oscar a dare 8 statuette a una tale puttanata e perchè quella merda stava piacendo a tutti quanti me escluso, domanda quest’ultima che può mettere in crisi tutto un sistema di valori basato sulla negazione dell’individualismo e sulla comunione di sentimenti alla base di un mondo ideale al di là da venire, a pensarci.
Dell’ inutilità della seconda cosa relativa al cinema ho invece preso ieri piena coscienza, dopo aver letto a posteriori la recensione che fanno qui di un film di un paio di anni fa che ieri sera ho rivisto con mio sommo godimento.
Il film in questione è L’Assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford del regista neozelandese Andrew Dominik, film lungo almeno in proporzione al titolo visto che dura qualcosa come 160 minuti, di ambientazione western ma che col genere c’entra poco.
Scrive l’autrice della recensione: “Il film di Dominik si limita all’introspezione psicologica senza riuscire ad appropriarsi dell’universo western né a calarvi l’eroe più discusso della mitologia americana (…) privo del fascino irresistibile del cavaliere romantico, della grandezza dei suoi sentimenti, dell’amore per gli spazi aperti, della radiosità che lo rese popolare e lo consacrò alla leggenda: il bandito d’onore, il bandito battista, l’espropriatore degli espropriatori”.
Ora, a parte chiedersi dove mai abbia preso questa idea di Jesse James “radioso” e onorevole bandito modello Robin Hood che leva ai ricchi per dare ai poveri, mentre in realtà era solo un ex guerrigliero sudista che campava di rapine ammazzava senza stare a pensarci e approfittava dei sentimenti antinordisti per coprirsi il culo, viene l’idea di un film mal riuscito, né più né meno, e a voler seguire i consigli del genio recensore uno se ne sta a casa e evita di buttar via soldi.
Peccato alcune cose, che il film che ho visto io voleva essere davvero un film psicologico, che il punto di vista non è su Jesse presunto eroe ma su Robert presunto codardo, che è un film sul mito e sulla costruzione della propria vita sull’immagine di un’altra persona, dove uccisa l’una muore anche l’altra. E’ anche un film sui sentimenti umani, molto semplici, quali l’amicizia e la sua caducità, ma soprattutto sul coraggio e la vigliaccheria, presenti in ognuno in egual maniera, dove l’ “eroe” Jesse uccide sparandogli alle spalle un ex amico tanto quanto farà poi con lui il “codardo” Robert.
E’ un film volutamente lento, con una colonna sonora di Nick Cave e Warren Ellis drammatica e ben legata alle immagini, pieno di gesti quotidiani che non siamo abituati a vedere in un western, ma che lo fa apprezzare proprio per questo, per quello spogliare il genere di tutta l’epicità che lo ha sempre contraddistinto e riportarlo semplicemente a livello umano. Il film sembra dire che la vita non ha niente di epico, è fatta di tante piccole cose, di qualche momento esaltante e di tante debolezze e nessuno sfugge a questa legge, non il piccolo vanaglorioso Robert Ford ma nemmeno il grande eroe Jesse James che viene qui riportato alla sua giusta dimensione proprio dalle parole di chi di quella venerazione si è nutrito fino a pensare di potersi sostituire a lui, per arrivare alla fine a comprendere che “è solo un essere umano”, ma anche e soprattutto che non si possono uccidere i miti.
Per tornare a noi dunque si può dire che io abbia visto una roba completamente diversa da chi aveva recensito il film (o anche solo che chi lo aveva recensito si era messa a guardarlo pensando di vedere Ombre Rosse ed era rimasta delusa per il mancato arrivo degli indiani!), da qui l’inutilità della sua recensione, almeno per il sottoscritto.
Poi certo, sicuramente ci sarà stato chi avrà visto il film dopo averne letto la descrizione e sarà uscito dalla sala lamentando di mancate sparatorie e grandi spazi, indiani urlanti e banditi “radiosi”. Immagino gli stessi che “i neri hanno il ritmo nel sangue”, “non c’è più la mezza stagione” e “i comunisti mangiano i bambini”.

3 Risposte

  1. Col tempo ho imparato a dare il giusto peso ai recensori e soprattutto a non fidarmi: cosa che vedo fai anche tu. Le recensioni le leggo più volentieri a posteriori.I film li scelgo a intuito (a volte toppando clamorosamente) o sulla fiducia, se conosco il regista.

  2. Io penso che il miglior recensore sia la persona stessa che osserva il film. Bisogna vederlo, l'idea ora come ora, nel nostro tempo, ce la possiamo fare con i trailer o con un riassunto del film.Ora come ora comunque.Poi anche i recensori, non tutti, trovano il tempo che trovano.

  3. Io non mi fido più manco dei trailer, visto come sono costruiti. Diciamo che faccio come Lucien, intuito, fiducia e gusto personale.A volte va bene, altre no.Dai recensori mi aspetto dicano cose che non so o a cui non arrivo, altrimenti a che servono (appunto)?

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