Quella fottutissima estate (indiana)

Io se ci penso ancora ho gli incubi. Mi riferisco a quella cavolo di estate, quella che è diventata pietra di paragone, spauracchio da telegiornale, quella fottutissima estate del 2003, dove a fine settembre, dopo quattro mesi di calura ininterrotta sia di giorno che di notte, ogni serata che arrivava ringraziavi Dio i Santi e Carlo Marx per avercela fatta anche per quella volta.
E tutti gli anni che come in questi giorni le temperature salgono ben oltre la media, e qualche cronista della malora si sente in dovere di interpellare qualche esperto pure lui della malora per dirci che questa estate che verrà sarà come quella di sei anni or sono, io faccio gli scongiuri con qualche danza della pioggia, che gli indiani d’america mica erano fessi, e se funzionava con loro vuoi che non funzioni con noi che siamo mooolto più evoluti?
Ad ogni modo io e la mia bella siamo rimasti dei pochi che non hanno condizionatori nè in casa nè in auto, per cui uno degli incubi, a parte il patire il caldo, riguarda la scomodità nell’ andare in giro, da qualsiasi parte, con vestiti estate/inverno, nel senso che fuori dai locali giri come in estate, quando entri ti devi vestire come in inverno, viste le temperature da polo che ci trovi. Per non parlare del fatto che se chiedi una bibita al bar te la danno a una temperatura poco al di sotto del ghiacciato, e io sono di un paranoico tale riguardo alle congestioni che sarei capace di farmela scaldare al microonde se sapessi di non farmi prendere per matto, per cui l’alternativa è praticamente comprare oggi per bere domani, attendendo ore che questa torni a una temperatura accettabile.
E ti convinci sempre più, almeno io, che siamo circondati da una nuova razza, che non è più l’homo sapiens sapiens ma qualcosa d’altro, che ne so, l’homo demens atermicus, che in inverno tiene la temperatura in casa e in ufficio a 26 gradi e d’estate a 18, per cui io d’estate non so se essere più preoccupato per il caldo che fa fuori o per il freddo che ti costringono a subire dentro!
Una manica di pazzi insomma, e pare sia la stessa cosa che avevano pensato gli indiani d’america all’arrivo dell’uomo bianco. Con la velocità con cui viaggia il “progresso” da queste parti però non credo che avremo anche noi quattro secoli a disposizione, prima di finire in qualche riserva.
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Ben Harper – With My Own Two Hands