Dio è morto, Marx è morto ed io…

…ed io mi ritrovo alle quasi nove del mattino incastrato nel traffico del corso (Orbassano), circondato in mezzo a un mare, di gente (come me?), ognuno nel proprio guscio con le ruote, a cristonare verso gli altri (uguali a me?), diretti verso mete poco agognate, odiate, scagate, non cercate (a volte), dove ammazzare il tempo facendo finta (sarà vero?) di lavorare, per tornare a sera tarda (ore sei) verso casa nuovamente (finalmente), dove rincorrere scampoli di vita (quella vera), consumata in poche ore, tra un pasto un gatto e un televisore (sempre acceso), a guardar negli occhi il mio amore e a chiederci perché (cazzo) bisogna far tutto di corsa, ridere mangiare viaggiare scopare, tutto d’un fiato, senza sosta. Basterebbe dire basta (si diceva), ma tra il dire e il fare c’è di mezzo sempre lui (il mare), impossibile da superare soprattutto a chi è incapace (di nuotare) come me, e s’arrabatta a stare a galla cercando di non affogare, perché alla fine ciò che conta è essere vivi (cantava), ma vivi come non si sa. E allora mi dispiace di aver perso un punto fermo (immutabile), mi faceva stare bene, sperare in quella cosa innominabile (ormai), che ogni tanto faceva capolino a ricordarmi che in fondo (da qualche parte) è possibile, vivere. Hai visto mai.
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