Tre pizze e un pallone (in testa)


L’invito a seguire da una comoda poltrona i quarti di finale della defunta Coppa dei Campioni mi era arrivato formato sms con due giorni di anticipo. Quando la dea Eupalla chiama, la risposta parte automatica: il cervello non fa nulla, solo le dita si affrettano sulla tastiera a confermare, mentre negli occhi scorrono immagini fantozziane di birra televisione e rutto libero.
A far sparire le immagini ci pensa la prenotazione a uno spettacolo teatrale, precisamente in quel di Moncalieri, fatta mesi prima e ovviamente rimossa, che putacaso casca proprio la sera in cui si gioca l’ennesimo confronto fra gli italiani de Roma e gli inglesi de Manchester, rivincita delle scoppole delle ultime volte, ultima occasione dell’italico futbal di menargli alla perfidissima Albione.
Ripongo mentalmente la birra in frigo, sacramento il giusto e disdico formato telefonata l’invito, causa forza maggiore. La voce dall’altra parte del cavo risuona di umana comprensione, un po’ come quando racconti di una malattia che ti sei beccato tanto per capirci, ma gli amici servono a questo e conforta sapere che qualcuno conosce il tuo dramma, barattare novanta minuti di patriottiche pedate con altrettanti minuti di… cos’è che si va a vedere? L’antro delle Ninfe c’è scritto sul biglietto, e così pure afferma la mia metà, per cui mi fido, che posso fare? Oltretutto pare l’avessi scelto io. Incredibili buchi di memoria mi impediscono di associare il me attuale col me stesso che mesi fa prende il programma dello Stabile, legge e sfoglia e scarta e infine –incredibile- decide, ma anche qui mi fido: posso anche averlo fatto.

Mi piace, Ronconi.
Ecco, forse a ricordar bene, il motivo della scelta era quello: è uno spettacolo di Ronconi quello che mi appresto a vedere, stanco dopo una giornata di lavoro, con la testa che ogni tre secondi pensa a Totti in the Sky, seduto in uno stanzone dove gli spettatori sono messi gli uni di fronte agli altri e l’allestimento scenico è in mezzo: una lunga tavolata a forma di T, delle parole appese a delle catene su un lato corto e qualche finto masso sparso qua e là.
Aspettiamo che inizi e intanto penso (in ordine sparso): chissà che fa la Magica?; però, carine ste lettere appese; sarà cominciata la partita?; e sto tavolone?; magari qualcuno ha una radiolina; ma di cos’è che parla sto spettacolo già?.
La mia paziente metà mi spiega che riguarda qualcosa che ha a che fare con Ulisse, di preciso quando si trova nell’antro delle ninfe da cui il titolo, ma non ha tempo a dirmi altro perché comincia ed io mi trovo catapultato in un fiume di parole dalla dizione perfetta, pronunciate da alla fine saranno quattordici personaggi (undici titolari e tre riserve) che si alternano attorno e sopra il tavolone, dove Odisseo figlio di Laerte è prima quello di Into the Wild sdraiato sul tavolo, poi quello vecchio che sembra Paolo Migone senza l’occhio nero, e alla fine sempre quello di Into the Wild solo che non è più quello dell’inizio. In mezzo dissertazioni, parole, affermazioni, parole, moniti, parole, tutte dalla dizione perfetta e pronunciate talmente bene che invece di comprenderne il significato dopo un po’ comincio a seguirne solo il suono, bello, potente, musicale, come una sinfonia a cappella. Mi ci abbandono e mi faccio deliziare e trasportare, tra un pensiero mio alla Roma, uno sguardo al pubblico, uno alla mia bella e un domandarmi chissà di che materiale sono fatte le parole appese (balsa?), salvo poi accorgermi più o meno al 45esimo di aver perso completamente e irrimediabilmente il filo della narrazione.
Tento, invano, di recuperarlo. Niente da fare, troppo complicato il testo per chi si perde in pensieri stupidi. Il teatro è così: mica è una partita di futbal che ti basta una sintesi per capire come è andata. Il teatro te lo devi sorbire dall’inizio alla fine, tocca andarci preparati ed io, faccio ammenda, non lo sono. Mi consola il fatto che a giudicare dalle facce degli altri spettatori, e pure di qualche attore, non so davvero quanti lo siano.
Chissà, forse pensano alla Maggica pure loro.
Conclusione della serata: la Roma ha poi preso due pizze e io ne ho vista una per un totale di tre.

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Una Risposta

  1. in effetti non era semlice e da dolce metà posso dire che era una dissertazione filosofica del filosofo porfirio sul ritorno a casa di ulisse e sul suo percorso verso la “saggezza” (così definita…)che termina sotto l’abero dove c’è l’antro delle ninfe…..mah!… elen

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